Dall’
analisi delle ‘
cicatrici’ visibili negli
Appennini arriva un nuovo
metodo per
stimare la
magnitudo dei
terremoti antichi. A ricostruire la storia di
44 paleoterremoti avvenuti nell’
Italia centrale negli
ultimi 27.000 anni grazie a un
metodo innovativo è stato lo studio guidato da Deborah Di Naccio, dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, e
pubblicato sulla rivista scientifica Bulletin of the Seismological Society of America. Conoscere la storia sismica di un territorio, ossia il fatto che siano avvenuti nel tempo terremoti più o meno forti, è decisamente complesso perché solitamente ci si affida ai racconti scritti se ci sono (e non sono troppo lontani nel tempo) oppure identificando i
segni prodotti dal sisma sul
territorio. I terremoti sufficientemente energetici possono infatti “
rompere” la
superficie terrestre: individuando queste fratture,
misurando di quanto si è
spostata la
superficie in un singolo evento e
datando i sedimenti che ne registrano l’età, i
paleosismologi possono
identificare i
terremoti preistorici e storici. Tuttavia,
tradurre queste
misure di terreno in una
magnitudo affidabile è un problema t
utt’altro che banale, pieno di incertezze di misura,
problemi di conservazione e di modellazione. Per superare questi limiti i ricercatori hanno ora usato un
nuovo metodo che combina varie tipologie di misure per arrivare a risultati più accurati. Un metodo che portato a definire con migliore precisione 44 paleoterremoti dell’Appennino centrale verificatisi negli ultimi 27.000 anni. Un
catalogo aggiornato che però riesce a
catturare solamente
terremotisopra una
magnitudo di 6.5 perché c’è una probabilità molto bassa che le tracce, come fratture nel terreno, sopravvivano abbastanza a lungo da essere osservate a distanza di centinaia o migliaia di anni.