Indagine europea, 68% operatori sanitari ha assistito a episodi di violenza
(ANSA) - ROMA, 05 OTT - Non solo violenze fisiche e verbali ma anche, e soprattutto, violenza psicologica. Accanto alle aggressioni verbali, a cui ha assistito il 68,1% degli operatori sanitari o agli episodi più eclatanti, c'è infatti una forma di violenza trascurata ma molto persistente nei luoghi di lavoro sanitari, al punto che un operatore su sei ne è vittima regolarmente: la svalutazione sistematica del lavoro, una forma di violenza psicologica fatta di delegittimazione, mancato riconoscimento e continua messa in discussione dell'attività professionale. È questo uno dei principali risultati della prima indagine realizzata nell'ambito del progetto europeo Brave-Wow, condotto e diffuso oggi contemporaneamente in quattro Paesi (Italia, Portogallo, Spagna e Slovenia) su oltre 4.600 professioniste e professionisti di 35 strutture sanitarie tra ospedali, residenze sanitarie assistenziali, servizi di assistenza, centri di salute territoriale e strutture di assistenza a lungo termine.
In Italia, grazie alla rilevazione coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità, hanno risposto 2.149 operatori di 14 strutture sanitarie.
"Il messaggio più importante che emerge dall'indagine è che la violenza non coincide sempre con l'aggressione - dice Anna Carannante, ricercatrice dell'ISS e membro del team di progetto - può manifestarsi anche attraverso comportamenti quotidiani di delegittimazione che, proprio perché si ripetono nel tempo, finiscono per essere percepiti come normali. Riconoscere queste forme di violenza è il primo passo per prevenirle efficacemente".
Il fattore più frequentemente associato agli episodi di violenza e molestia non è rappresentato dai turni notturni o dalle situazioni di emergenza, ma dal sovraccarico di lavoro e dal sovraffollamento, indicati dal 54,3% dei partecipanti. Tra coloro che dichiarano di aver subito episodi di violenza o molestia, il 37,9% indica un superiore tra le persone coinvolte.
Seguono familiari dei pazienti (25,2%), colleghi (24,4%) e pazienti (21,1%). Più della metà dei partecipanti (52,7%) ritiene di poter parlare apertamente con la dirigenza di situazioni che lo mettono a disagio. Tuttavia, solo il 39,2% ritiene che l'organizzazione risponda efficacemente alle segnalazioni e appena il 31,9% riconosce l'esistenza di misure di prevenzione visibili. Solo il 20,8% segnala la disponibilità di supporto psicologico. Inoltre, più della metà delle persone che riferiscono episodi di violenza ritiene che la propria esperienza sia stata almeno in parte legata al genere. Quanto alle opportunità professionali, il 21,3% dei partecipanti riferisce di aver subito la negazione di una promozione o di un aumento rispetto a colleghi di altro genere. Le principali differenze riguardano gli strumenti di prevenzione e supporto.
Gli ospedali italiani, afferma l'Iss, "risultano i meglio attrezzati tra i quattro Paesi, ma la disponibilità di questi servizi resta limitata: meno di un operatore sanitario su quattro dichiara che nella propria struttura sono presenti servizi di supporto per le vittime di violenza e molestie".
L'Italia inoltre è il Paese in cui la componente di genere è maggiormente riconosciuta. Più della metà degli operatori sanitari che hanno subito episodi di violenza o molestia (56%) ritiene che quanto accaduto sia stato almeno in parte influenzato dal proprio genere, una quota nettamente superiore a quella rilevata in Spagna (39%), Portogallo (35%) e Slovenia (30%). (ANSA).