Calcolosi urinaria, cause e trattamenti
Alto Adige

Calcolosi urinaria, cause e trattamenti

Mercoledì 28 ottobre 2026
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Tra i responsabili dell’insorgenza della colica renale c’è l’alimentazione e lo stile di vita, la sedentarietà e le infezioni delle vie urinarie

Nel periodo che segue al caldo dei mesi estivi si assiste a un incremento degli accessi alle strutture sanitarie per la comparsa di improvvisi e intensi dolori lombari, in gran parte riconducibili a colica renale. La prevalenza di questa patologia è infatti sempre più in aumento con percentuali stimate intorno al 15 % della popolazione con maggiore incidenza nel sesso maschile, nonostante si assista a un incremento della percentuale nella popolazione femminile. Abbiamo interpellato il dottor Matteo Rani, specialista in Urologia con ampia esperienza clinica e chirurgica endourologica, urologo presso la Marienklinik di Bolzano e la Martinsbrunn ParkClinic di Merano per capire da cosa dipende e come si può risolvere questa patologia.

 

Quali sono i sintomi di una colica renale?

«Senza dubbio il dolore al fianco. Dolore che insorge per lo più improvvisamente, con intensità piuttosto forte e irradiato alla regione inguinale. Ad eccezione del dolore da parto e si dice che il dolore da colica renale sia uno dei più forti che si possano provare nella vita. Talvolta il sintomo è accompagnato da nausea, sudorazione e vomito e non vi sono particolari posizioni che lo possano alleviare».

La colica può provocare danni all’organismo?

«La colica è dovuta a una sovradistensione della via urinaria, legata a un ostacolo al deflusso dell’urina prodotta dal rene. Nella maggior parte dei casi l’ostacolo è rappresentato da un calcolo. I calcoli, aggregati a componente solitamente mista, vengono rilasciati a livello renale e non danno segno della loro presenza se di piccole dimensioni e localizzati a livello renale, poiché giacciono in una cavità piuttosto ampia. Quando questi calcoli finiscono nel condotto di comunicazione fra rene e vescica, chiamato uretere, possono provocare un’ostruzione, generando la colica. Il dolore può associarsi a dilatazione più o meno significativa della via urinaria a monte del calcolo, provocare eventuale danno renale e generare eventi settici, assolutamente da non trascurare o sottovalutare. Va precisato che la colica renale, in percentuali minori dei casi, può essere dovuta ad altre cause, ne sono un esempio coaguli, neoplasie o compressioni dell’uretere da strutture esterne».

Quanto conta bere e scegliere la giusta dieta nella prevenzione della calcolosi?

«Sicuramente molto. Soprattutto nei mesi estivi è fondamentale una ricca idratazione, senza farsi condizionare dalle varie etichette commerciali di acqua, bisogna bere! In merito alla dieta si apre un capitolo più complesso da valutare in ambito medico specialistico. Per fare un esempio, contrariamente a quanto si possa pensare, ridurre degli apporti di calcio, non abbassa la produzione di calcolosi calcica. Importante è analizzare i calcoli laddove possibile ed eseguire in alcuni casi uno studio metabolico».

Quali sono gli strumenti disponibili per la diagnosi di una calcolosi?

«La descrizione dei sintomi e la visita dell’urologo forniscono indizi iniziali su che percorso diagnostico intraprendere. La colica renale va comunque studiata tramite un’ecografia iniziale per valutare un’eventuale quadro di dilatazione della via urinaria, seguita da una TC Addome (se eseguita con Mezzo di Contrasto ci fornisce informazioni aggiuntive su ostruzioni di natura diversa dalla calcolosi), accompagnata da esami del sangue e urine per valutare la funzionalità renale e gli indici di infiammazione».

È sempre necessario l’intervento chirurgico?

«No. Nel caso in cui ci si trovi di fronte a calcoli di piccole dimensioni, che hanno già percorso gran parte dell’uretere spontaneamente e se il paziente non presenta febbre ne sospetti di infezione, è consigliato stimolare l’espulsione del calcolo servendosi di apposite terapie e idratazione. Nei quadri di calcolosi di grosse dimensioni o in presenza di pazienti febbrili/settici o di sospette lesioni renali è indicato il drenaggio del rene per metterlo in sicurezza e monitorare il paziente, riservando il trattamento del calcolo a un momento successivo».

Quali sono quindi i possibili trattamenti per eliminare i calcoli?

«Al giorno d’oggi ci si avvale di tecniche sempre meno invasive. Basti pensare che fino a qualche decennio fa si procedeva spesso con approccio chirurgico “a cielo aperto”. Attualmente si dispone di strumentari miniaturizzati che ci consentono una visualizzazione ad alta definizione e di lavorare dentro l’uretere e il rene polverizzando o frantumando i calcoli con l’energia Laser. Stiamo parlando degli interventi chirurgici di URS (Uretero-Reno-Scopia) e RIRS (Retrograde Intra-Renal Surgery), quest’ultimo si serve di uno strumento flessibile che percorre l’intero asse escretore endoscopicamente (tutto per vie naturali) sino a giungere nel rene. Con l’ausilio di una visione in alta definizione e dell’energia laser, si procede alla polverizzazione/frantumazione dei calcoli renali. Tali interventi vengono solitamente eseguiti con una notte di degenza. Esistono poi altri trattamenti come la litotrissia extracorporea (ESWL) o interventi a maggior invasività come la litotrissia percutanea (PNL), più efficiente in quadri di calcolosi non affrontabili endoscopicamente (per vie naturali) o interventi di chirurgia maggiore ormai riservati ad una minima percentuali di casi selezionati».

L’esperto

Il dottor Matteo Rani è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Ateneo Alma Mater Studiorum di Bologna, specializzato in Urologia presso l’Università degli Studi di Modena & Reggio Emilia. Nel 2017 ha conseguito il titolo di Fellow of European Board of Urology (FEBU) e dall’agosto dello stesso anno ha svolto la professione in qualità di Dirigente Medico presso il reparto di Urologia di Bressanone (BZ), ricevendo dal 1° gennaio 2023 l’incarico di natura professionale di Alta Specializzazione in Endourologia. Si è costantemente aggiornato sia in Italia sia all’estero perfezionando conoscenze e pratica clinica sulla patologia urologica e la chirurgia mininvasiva. Dall’anno 2022 ha l’incarico di docenza nel percorso sperimentale nazionale di “Biologia con curvatura biomedica”, promosso da MIUR e FNOMCeO. Recentemente ha collaborato in qualità di co-presidente e tutor al “Corso di Endourologia Chirurgo & Strumentista” e dal 1° luglio 2023 Dal 1° luglio 2023 è urologo presso la Marienklinik di Bolzano e la Martinsbrunn ParkClinic di Merano.

L’urologia tratta le patologie dell’apparato urogenitale maschile e femminile: oggi si dispone di numerose opzioni terapeutiche sia mediche sia chirurgiche

Tumore & Ipertrofia Prostatica Benigna (IPB)

Il mese di novembre dedicato alla prevenzione del tumore alla prostata, una delle patologie oncologiche più diffuse nel mondo maschile. Secondo i dati AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica), negli ultimi 10 anni il tumore alla prostata ha rappresentato circa il 19% di tutti i tumori maschili in Italia. Oggi, questa malattia è sempre più facile da individuare precocemente e, quindi, sempre meno letale, con una percentuale di sopravvivenza stimata attorno al 91%. L’iniziativa del mese di novembre ha quindi lo scopo sensibilizzare la popolazione maschile sull’importanza della prevenzione di questa e altre malattie dell’apparato urogenitale, aderendo alle attività di screening. Le cause di questa patologia sono multifattoriali e si osservano differenze di incidenza a seconda delle varie aree geografiche. Lo stile di vita, l’alimentazione, la familiarità e la genetica giocano inoltre un ruolo importante a livello eziologico.

Durante gran parte del suo decorso, la malattia non procura sintomi, il paziente non avverte alcun disturbo che possa richiamare la sua attenzione e non è quindi portato a recarsi dall’urologo, in quanto asintomatico. La mancanza di informazione nella popolazione circa l’assenza di sintomi comporta il rischio di trascurare una patologia potenzialmente pericolosa, altrimenti nella maggioranza dei casi risolvibile. Ad oggi la ricerca ha fatto grandi passi in merito ai trattamenti della neoplasia prostatica sia sul fronte chirurgico sia medico; ciò determina ottime probabilità di sopravvivenza, tenendo logicamente in considerazione il tipo di malattia e la sua estensione al momento della diagnosi.

Al fine di riuscire a eradicare completamente la patologia, giocano un ruolo determinante la diagnosi precoce e una successiva valutazione multidisciplinare al fine di trovare l’opzione terapeutica più indicata. Una visita urologica completa associata a determinati esami di laboratorio a partire dai circa 45 anni di vita consente di individuare un sospetto di malattia, nella cui evenienza verranno poi indicate le indagini successive volte ad accertare o meno l’esistenza della neoplasia prostatica.

Esiste poi l’ipertrofia prostatica benigna (IPB), ossia l’ingrossamento della ghiandola prostatica, patologia benigna che interessa gran parte della popolazione maschile e che inizia a dare manifestazione della sua presenza a partire dai 45-50 anni di vita, provocando disturbi così detti ‘ostruttivi’ della bassa via urinaria, rendendo difficoltoso e talvolta incompleto lo svuotamento vescicale.

IPB e patologia maligna non sono una ad esclusione dell’altra, si può infatti osservare la coesistenza di entrambe. È pertanto fondamentale valutare ogni singolo caso con il proprio urologo di fiducia sulla base della visita, dei sintomi riferiti, degli esami di laboratorio ed eventuali approfondimenti diagnostici necessari.

L’ ipertrofia prostatica sintomatica, oltre a provocare disturbi e quindi influire sulla qualità di vita di chi ne è affetto, può al contempo, se trascurata, provocare una serie di problemi a livello vescicale, renale oltre che avere conseguenze infettive. L’aumento della frequenza minzionale, l’indebolimento del getto, l’urgenza, la sensazione di incompleto svuotamento vescicale, le infezioni delle vie urinarie ricorrenti, sono tutti sintomi che dovrebbero richiamare l’attenzione del paziente.

Nei casi di sintomatologia lieve sono spesso sufficienti terapie farmacologiche; laddove invece persistessero i sintomi nonostante i farmaci, entrano in gioco diverse opzioni terapeutiche chirurgiche. Oggi si dispone di tecniche mininvasive che consentono di ridurre il volume prostatico servendosi di svariati principi fisici, che si tratti di energia laser o di vapore acqueo o delle classiche resezioni ad energia bipolare. Tali procedure possono essere svolte in regime di ricovero ordinario o di day hospital a seconda del tipo di tecnica condotta. Ogni caso va valutato in ambiente urologico al fine di trovare il trattamento personalizzato al tipo di prostata e di paziente.

Articolo in collaborazione con Martinsbrunn ParkClinic e Marienklinik (Dir. Sanitario: Dr. A. Dadvar, Dir. Sanitario: Dr. P. Mazzurana)

 

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