Martone con Lino Musella dà corpo e vita al teatro mentale di Fabrizia Ramondino
ANSA - Cultura

Martone con Lino Musella dà corpo e vita al teatro mentale di Fabrizia Ramondino

Venerdì 17 aprile 2026
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Anche Iaia Forte in 'Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo'

Paolo Petroni Uno spettacolo di fascino, al teatro Vascello di Roma, questo 'Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo' di Fabrizia Ramondino, grazie specialmente alla bella messinscena di Mario Martone e alla sfida interpretativa proposta da un testo particolare e impegnativo di Lino Musella che, come ci pare suo solito, offre un corpo a corpo con le parole di questo teatro mentale, riuscendo a scioglierlo, a dargli vita.
    Di Ramondino, di cui Martone è stato grande amico da quando la coinvolse nella sceneggiatura di 'Morte di un matematico napoletano', scomparsa nel 2008 e che quest'anno avrebbe compiuto 90 anni, a Milano, proprio oggi e domani si dedicano all'Università due giorni di studi, di incontri e interventi.
    Tra questi in apertura uno dedicato al suo "come fare il tempo con lo spazio", che è qualcosa alla base anche di questo testo teatrale inedito, come ce lo restituisce appunto Martone.
    Il sipario, che arriva sino in platea, si scosta appena per far sporgere un letto che avvolge, figurativamente e metaforicamente il protagonista, che inizia quello che sarà quasi un monologo del musicista, un inseguire ricordi, giocare tra riflessioni e provocazioni, tra vero e falso, buono e cattivo, tra l'umor nero di Bernhard e il nulla beckettiano, combinando contrasti e contrari in un gioco mentale senza una vera trama, pure nel procedere da un nichilismo che dice di aver fiducia solo nella musica a una certa umanità, quasi lo sproloquiare continuo lo abbia portato a svuotarsi e ritrovare il seme di un sentimento che lo lega alla figlia. Procedere che va di pari passo con lo svuotarsi materiale della sua casa, di mobili e arredi che scambia con strumenti musicali, di cui conosce il corpo, il suono, l'anima e violino, violoncello e viola potrebbero forse corrispondere a una presa di coscienza attraverso il femminile, alle sue tre donne, la madre, la compagna e la figlia.
    C'è lo scontro con il mondo e quello con la propria creatività musicale, ma tutt'altro che armonica, come lui stesso sottolinea descrivendo le proprie composizioni e l'insofferenza per il mondo e gli altri che vede rappresentati nel pubblico, cui si rivolge in maniera spregiativa: "Sono le relazioni umane il vero problema insolubile", mentre "L'amore arriva tra capo e collo, ti decapita, si perde la testa". È un rifuggire e un'attrazione inevitabile, come con la madre, cui dice che avrebbe sempre voluto essere orfano, se non fosse di aver capito che nel caso avrebbe sentito la mancanza di una madre, qui interpretata ottimamente da Iaia Forte, tra una genitorialità protettiva, organizzativa e un umano ripiegarsi, ferita dai suoi attacchi e eccessi.
    È la volta della compagna di Tania Garribba, madre della loro figlia, tra affetto e metterlo in guardia dall'esistenza che sta conducendo, dal profittatore strozzino di Giorgio Pinto, che gli spoglia la casa. In ultimo ecco la figlia, una dolce India Santella, e il risveglio di una tenerezza assopita, di un bisogno sepolto dallo sproloquio e l'inseguire i propri gorghi intellettuali, emotivi, alla fine costruiti con una razionalità che non coinvolge, che intriga ma non emoziona lo spettatore, che pure applaude calorosamente la qualità del tutto e tutti.
   
   

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