Da Meleagro a Picasso, a Milano una mostra sul gesto della disperazione
Rassegna curata da Savatore Settis alla Fondazione Rovati fino al 2 agosto
- MILANO, 12 MAG - Le braccia gettate all'indietro, il corpo spezzato dal dolore: è questo il gesto che attraversa la mostra curata da Salvatore Settis, 'Storia di un gesto. Il mito di Meleagro dall'arte classica a Warburg, a Picasso', aperta dal 13 maggio al 2 agosto alla Fondazione Rovati di Milano e presentata questa mattina alla stampa. Cuore dell'esposizione è un sarcofago romano del II secolo d.C., esposto per la prima volta al pubblico, che raffigura la morte di Meleagro.
Il reperto archeologico è il punto di partenza di un discorso molto più ampio: la sopravvivenza delle immagini delle emozioni nella storia occidentale. Quella formula della disperazione — nata nell'arte classica, scomparsa per quasi un millennio e poi riemersa tra Duecento e Trecento con Nicola Pisano e Giotto — attraversa i secoli fino ad arrivare a Guernica di Pablo Picasso. È il percorso che già Aby Warburg aveva intuito nel 1901, riconoscendo nei sarcofagi di Meleagro una matrice decisiva della memoria figurativa europea. La mostra segue questa 'biografia' del dolore come una linea carsica della cultura visiva: non un semplice motivo iconografico, ma una forma emotiva che riaffiora quando la storia torna a confrontarsi con la violenza, il lutto, la distruzione.
Durante la presentazione, Settis ha collegato quel gesto alle guerre contemporanee, sostenendo che "tutti dovremmo stare messi in questa posizione per quello che ci succede attorno". Da esperienza individuale, legata alla morte di un eroe mitologico, la disperazione diventa così immagine collettiva. Non più soltanto il dolore di una figura, ma una postura dell'umanità davanti alla tragedia. Nella sala dedicata a Guernica, questo passaggio appare evidente: il linguaggio del mito incontra quello del Novecento e delle guerre moderne. La mostra di Settis suggerisce qualcosa di radicale: le immagini non appartengano solo al passato, alcune ritornano perché continuano a contenere intatta un'esperienza umana che non smette di ripetersi.
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