Willie Peyote, "in Italia c'è repressione contro le sacche di controcultura"
Esce nuovo album, "per riflettere su collettività e su redistribuzione della ricchezza"
Sempre lucido, sempre tagliente, con quella scrittura capace di intrecciare cantautorato, rap e sguardo critico sul presente con ironia e personalità: Willie Peyote torna con Anatomia di uno schianto prolungato, il nuovo album in uscita domani, che dopo la trilogia sabauda, inaugura un nuovo inizio che allarga l'orizzonte. "Torino stavolta c'è poco - racconta il cantautore piemontese -. Mentre trovano spazio Roma di cui sono innamorato con la carbonara, Testaccio che suggerisce uno dei titoli e la presenza di Noemi e di Fudasca, poi la riviera romagnola, Marsiglia, Milano e un sacco di altre cose". In realtà Torino c'è, forse nell'unico modo in cui avrebbe potuto inserirla Willie Peyote, cioè con il riferimento ai fatti di Askatasuna nel brano Sapore di Marsiglia ("Cielo grigio e caschi blu"). "Un modo per fotografare la militarizzazione del quartiere Vanchiglia a Torino, con la sede del centro sociale sgomberato. Il problema è lo stile repressivo che c'è nel Paese ultimamente e il fatto che molti luoghi che rappresentano sacche di controcultura vengono chiusi costantemente: penso al Leoncavallo a Milano, ad altri centri a Bologna". Uno stile repressivo che si traduce anche nel timore di usare la parola partigiano su un palco come quello del Concertone del Primo Maggio (con la giovane Delia che la sostituì con un più generico 'essere umano'). "Se in un Paese come l'Italia la parola partigiano diventa divisiva, forse abbiamo superato la soglia di tolleranza dell'avere paura".
Anatomia di uno schianto prolungato è nato dopo il festival di Sanremo ("tornare? Ho imparato che non si può dire di no, ma non sei tu a scegliere è la canzone") e il tour dello scorso anno, "in maniera naturale, con un sound variegato e molti echi degli anni 90". Il titolo ha un'ispirazione letteraria e cinematografica: "come i libri di Marquez o i film di Lina Wertmuller, ma è anche un ossimoro perché non esiste uno schianto prolungato. Ma c'è anche qualcosa di me, perché oltre al racconto di questo sistema che sta crollando, del mondo che finisce senza mai finire, c'è anche, a 40 anni, la mia sensazione di invecchiamento".
Le sollecitazioni, i riferimenti, le suggestioni nei testi degli undici brani sono molteplici, così come le chiavi di lettura di un album che è un invito alla riflessione, ma un filo conduttore c'è. "Due sono i temi che attraversano il disco - spiega il cantautore -. Il primo è il bisogno di tornare a un senso di collettività in un'epoca molto individualista. Ne è un esempio Burrasca. L'altro macrotema è la redistribuzione della ricchezza: pochissime persone posseggono il patrimonio mondiale e di conseguenza il controllo sul mondo". Ne è traduzione il brano Luigi, che prende spunto dalla figura di Luigi Mangione, accusato di aver ucciso Brian Thompson, Ceo di UnitedHealthcare, diventata contemporaneamente un meme e un simbolo di lotta al turbocapitalismo. "La rivoluzione stessa è diventata un meme". E sembra quasi non crederci più, Willie Peyote, nel potere della protesta (uno dei pezzi dell'album è Mi arrendo, con Brunori Sas). "No, assolutamente. Non si molla. Ho accettato il fatto che nessuno si salva da solo e che abbiamo bisogno degli altri.
E anche se un verso recita 'con i tempi che stanno correndo forse ci conviene nasconderci bene' non ci nascondiamo affatto.
Anzi, nonostante in generale si eviti lo scontro, al tempo stesso ho visto tornare in piazza tanta gente, soprattutto giovane. Per Askatasuna, per Gaza, per la Flotilla, ho visto partecipazione sul referendum: sono più speranzoso rispetto a qualche tempo fa". Willie Peyote non si è mai tirato indietro, mettendoci sempre la faccia, credendo nel ruolo politico dell'arte e dell'artista.
"Non credo che la musica 'debba' avere un ruolo politico, ma 'può' averlo. E gli artisti possono diventare amplificatori di istanze sociali e politiche, se lo vogliono. Io da cittadino mi pongo dei problemi e quindi non posso evitare di farlo da cantante, da rapper, da artista. Non giudico però chi fa una scelta diversa". Il discorso vira sulle scelte di alcuni Paesi di non partecipare all'Eurovision Song Contest, in corso in questi giorni, in protesta contro la presenza di Israele. "Il punto non è il singolo cantante che sceglie o meno di andare, ma che la Spagna o i Paesi Bassi decidono di non essere presenti e l'Italia sì. Dovrebbe essere il sistema musica italiana a prendere una posizione".
Willie Peyote ha annunciato anche il ritorno al live con il tour, al via il 10 ottobre nei club.
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