Un pugno di giornalisti e Berlusconi, un ritratto inedito del Cav
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Un pugno di giornalisti e Berlusconi, un ritratto inedito del Cav

Giovedì 4 giugno 2026
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Nel libro di Marco Galluzzo la parabola di dieci anni al potere

(di Luigi Ambrosino) MARCO GALLUZZO, BERLUSCONI CONFIDENTIAL (RUBBETTINO, PP. 253, EURO 18.00) Di libri su Silvio Berlusconi ne sono stati scritti tanti.
    Sulla vita e le opere di un uomo 'larger than life', nel bene e nel male, sono stati versati fiumi d'inchiostro. Ma questo curioso lavoro di Marco Galluzzo, cronista politico di razza del Corriere della Sera, restituisce un'immagine inedita dell'uomo, filtrata attraverso un prisma particolarissimo: quello di un pugno di giornalisti - tra i quali l'autore - che per 10 anni, dal ritorno a Palazzo Chigi nel 2001 fino al cupo tramonto del 2011, hanno (in)seguito Berlusconi ovunque, nelle occasioni pubbliche come nei momenti privati, nei fastosi saloni del Cremlino e nella penombra delle sue residenze private, diventando testimoni d'eccezione di una parabola umana e politica incatalogabile.
    Funambolo della parola, dichiaratore seriale, immarcabile non solo per i cronisti ma per il suo stesso (spesso disperato) staff, Silvio Berlusconi ha stravolto tutti i canoni che avevano regolato la prima Repubblica. "Non occorre essere berlusconiani per riconoscere che la comunicazione politica contemporanea nasce con Berlusconi: la personalizzazione, la disintermediazione e la ricerca del rapporto diretto con gli elettori... il 1994 è l'anno zero della comunicazione politica in Italia", ricorda nel libro Antonio Palmieri, uno dei suoi collaboratori storici migrato, come tanti, da Fininvest a Forza Italia. E poi la spontaneità, la generosità che spesso sfociava in incontinenza verbale quando vedeva un taccuino aperto, un microfono teso, una telecamera accesa: "Non si tiene un cecio in bocca", si lamentava spesso Gianni Letta, forse l'unico che Berlusconi (qualche volta) stava a sentire.
    Lui parlava e parlava, ovunque, spesso felice di farsi inseguire dal circo mediatico. Una manna ovviamente per i cronisti, ma anche una dannazione. Costretti a pedinarlo dappertutto e a non perderlo mai di vista, di giorno e di notte, i giornalisti sotto Palazzo Grazioli, il quartier generale romano del Cavaliere, "praticamente sulla strada, lungo via del Plebiscito, montarono degli uffici urbani. Qualcuno si portava la sedia da casa. Altri, in estate, un ombrellone. Alcune fioriere aiutavano contro il mal di schiena. Come in un presidio militare strategico c'erano i turni di guardia, le sentinelle, i cronisti notturni e le telecamere 24 ore su 24: il solo fatto che B. uscisse di casa significava che stava per accadere qualcosa, e se il ricorrente inseguimento per le strade della Capitale non produceva i suoi frutti, il mistero alimentava la caccia, la rendeva spasmodica". E poi gli appostamenti tra i corridoi di un albergo, negli aeroporti, fuori da un'uscita secondaria, persino dietro le tende di una saletta parlamentare.
    La sola cosa che contava era intercettarne la parola, che sempre diventava una breaking news per le agenzie, spesso l'apertura di un telegiornale, la prima pagina dei giornali il mattino seguente. 'Bucarne' (come si dice in gergo) le dichiarazioni, un sussurro, un'alzata di sopracciglio, significava non avere la notizia del giorno. E beccarsi la reprimenda, se non peggio, del caporedattore o del direttore di turno. "Eravamo tutti in preda ad una sorta di delirio ossessivo-compulsivo. Era una guerra in cui non si facevano prigionieri", sintetizza un altro dei 'reduci' di quel periodo, Adalberto Signore del Giornale.
    Ma al di là del rapporto quotidiano fra il Cavaliere e questo gruppo di cronisti, che ne costituisce il filo conduttore, il libro è un continuo inanellarsi di retroscena inediti, dalle visite alle dacie di Putin ad un surreale colloquio con quattro agenti segreti americani in una camera d'albergo a Manhattan prima dell'invasione dell'Iraq. Che rendono queste cronache non solo una lettura piacevole e avvincente, ma un resoconto fondamentale per comprendere (lontano da qualsiasi giudizio, o pregiudizio) il tratto umano e psicologico di un leader che ha diviso l'Italia, capace di generare in egual misura adorazione e avversione, combattuto e osannato con la stessa intensità, ma che non è mai stato indifferente a nessuno.
   

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