Biennale teatro, perdita di identità e confini tra scienza e emigrazioni
Imago vocis' di Alberto Colombo Sormani e l'emozionante 'Cries' di Stergioglou e Ktistakis
(di Paolo Petroni) In apertura di questa 54ma Biennale Teatro di Venezia il direttore Willem Dafoe ha dichiarato di aver deciso ''di invitare opere provenienti da contesti culturali e teatrali diversi da quelli commerciali e istituzionali occidentali. È la mancanza di familiarità che ci permette di riscoprire le origini del teatro e di risvegliare il contatto essenziale tra l'artista e lo spettatore''.
E' nato così un programma ricco con presenze da paesi e realtà lontane ed è stato il regista giapponese Satoshi Myiagi ad aprire i 15 giorni del festival con la prima europea di 'Mugen Noh Othello', Per la sezione di Biennale College Teatro, il progetto formativo dedicato ai giovani artisti, ecco poi del vincitore per la regia under 30 dello scorso anno Alberto Colombo Sormani, attore regista e ricercatore all'Istituto di fisica nucleare alla Sapienza di Roma, la realizzazione del suo progetto 'Imago vocis', che mettendo ''assieme teatro e scienza dovrebbe permetterci di cogliere la complessità del mondo''. Il lavoro, più un lungo video che uno spettacolo teatrale con la presenza di due attrici in atmosfera rarefatta da un velatino, che potrebbero essere video anche loro senza che la sostanza cambi.
In modo essenziale e didascalico viene detto, attraverso scritte sul velatino, che noi conosciamo il mondo di cose concrete in cui viviamo con una coscienza dello spazio tempo lineare e il linguaggio, le parole danno forma e senso al nostro essere nel mondo. Attraverso la metafora narrata di persone che cadono in un buco, un pozzo e i loro corpi e grida diventano eco, si arriva molto lentamente a una seconda parte in cui tutto perde la sua certezza, mostra le sue possibilità di trasformazione e dissoluzione, di perdita di confini principalmente con la proiezione di linee in fuga verso un centro che inghiotte tutto accompagnato da rumori, suoni elettronici per molti minuti sempre più forti, violenti (tanto che agli spettatori sono offerti all'ingresso tappi per le orecchie). Vortici e altre astrazioni grafiche svorrebbero aprire una soglia verso una realtà altra, con l'intenzione dichiarata di ''rendere percepibile ciò che non è visibile'' e sottolineando che ''siamo parti inseparabili di un unico fenomeno'' grazie anche alla presenza di due donne che si confrontano, si toccano si mettono le mani al collo, le dita in bocca, camminano a quattro zampe, una delle due quasi danza, in una sorta di fusione con tutto il resto. La fine di confini sicuri, la perdita di certezze e punti di riferimento, la trasformazione profonda di persone e del loro sentire e percepire la realtà, è stato raccontato teatralmente più volte e in vari modi nel Novecento, ma anche qui alla Biennale il lavoro ''Cries'' di Christos Stergioglou e Alex Drakos Ktistakis per molti versi racconta questo, con meno metafisica, con la storia delle migrazioni, i temi della diaspora e dell'esilio, di chi urla, soffre perché costretto a staccarsi da casa, da ciò che conosce, per affrontare l'ignoto, essere costretto a cambiare, adattarsi, annullare spesso se stesso come persona, per ragioni politiche (come nella Grecia dei colonnelli) o economico sociali. Una affascinante performance di poesia, canto e musica proposta sotto le stelle nello spazio del teatro verde della Fondazione Cini all'isola di San Giorgio, allineando testi della tragedia classica, da Eschilo a Euripide, versi di poeti greci da Seferis a Vrettakos e altri sino a Brecht, canti popolari.
A questo coinvolgente percorso antologico ragionato danno sonorità belle musiche di Ktistakis (piano, percussioni, contrabbasso, sassofono) due voci intense, vere, capaci di comunicare tenerezza, disperazione, speranza, amarezza, illusioni e veemenza dello stesso regista Stergioclou, con una presenza scenica fortissima, solida e a momenti esemplare quasi da cieco Omero, e Georgios Iatrou, che dopo aver modificato via via il proprio abito greco in altri costumi stranieri, andranno denudandosi realmente, per alludere metaforicamente alla perdita della propria identità. Ecco allora veramente, applauditissima, quella ''immediatezza, nel suo carattere rituale e di incontro umano, che è quella forma d'arte totale che è il teatro'' per Dafoe.
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