L'ultimo operaio, il mito della Fiat in dissolvenza
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L'ultimo operaio, il mito della Fiat in dissolvenza

Lunedì 15 giugno 2026
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Il "canto" lucido e nostalgico di Zancan sulla fine di un simbolo

(di Marzia Apice) NICCOLO' ZANCAN, L'ULTIMO OPERAIO.
    CANTO FINALE DELLA GRANDE FABBRICA (Einaudi, pp.156, 18 euro).
    La "più grande fabbrica d'Europa", emblema di Torino "città industriale" e del boom economico italiano, raccontata attraverso la voce di chi ne ha vissuto gli anni migliori, e poi si è ritrovato ai margini, costretto a guardarla affondare in un inesorabile declino: è un "canto" nostalgico ma anche molto duro quello proposto da Niccolò Zancan nel suo libro "L'ultimo operaio", edito da Einaudi.
    Il racconto di Zancan comincia con il ricordo del tempo glorioso che fu, per arrivare al desolante contesto attuale. Il passo è poetico, lo stile incisivo: in capitoli brevissimi, che sembrano istantanee, l'autore, giornalista de La Stampa, si fa aiutare dalla voce di un protagonista, un "ultimo operaio" ormai vicino alla pensione, che apre il bagaglio dei suoi trascorsi vissuti alla Fiat, oggi nel gruppo Stellantis. Mirafiori era un polo industriale florido e competitivo, che sfornava automobili a raffica alzando sempre più il tiro (tra il 1960 e il 1970 la produzione passò da 500 mila a un milione e mezzo), per motorizzare un Paese che si era rialzato dalle macerie della guerra e che ora voleva riprendersi il futuro. In quello stabilimento nel 1971 lavoravano 60 mila tute blu, operai in arrivo per lo più dal Sud, che a quell'industria hanno dato corpo e anima, provando l'orgoglio dell'appartenenza e la gratitudine di aver potuto avere un'alternativa alla povertà.
    A guardarsi indietro, sembra passata un'eternità: quel mondo ormai è solo un ricordo sbiadito del secolo scorso. Se ne rende conto Zancan, che da Torino ha dovuto prendere le distanze per poterla raccontare ma che poi è tornato sui suoi passi per dare voce al suo protagonista. E' proprio questo operaio che delinea i contorni di quel mondo ormai dissoltosi sotto i colpi della modernità, del capitalismo, delle strategie industriali sbagliate. Lo fa con toni amari e disillusi, ma mai senza fierezza: i suoi compagni non ci sono più, e lui - l'ultimo che ha visto l'Avvocato Agnelli e che ha tifato Juventus per riconoscenza - è prossimo al ritiro, eppure si sente un testimone, forse l'unico capace di raccontare cos'era la Fiat.
    Fa impressione il confronto tra ieri e questo presente senza prospettive: mentre un tempo lo stabilimento brulicava di vita e lavoro, di catene di montaggio, clangori metallici e assemblaggio di pezzi, rappresentando per l'Italia intera un luogo simbolo - bersaglio del terrorismo ma anche centro nevralgico, in prima linea, della battaglia per i diritti sindacali - oggi invece tutto si è ridotto al silenzio e al vuoto. "E' proprio questo vuoto, adesso, che non si vede da fuori: il buco al centro della fabbrica", dice l'operaio, "Il buio delle palazzine, le strade chiuse, i tunnel sbarrati, le luci spente, l'odore di chiuso, il rimbombo del niente, la distanza enorme fra tutte le cose".
    Gli ormai 4080 operai rimasti sono quasi tutti in cassa integrazione da oltre 15 anni in modo continuativo: a mano a mano andranno via e non saranno sostituiti. Mamma Fiat non è più un porto sicuro, anzi è solo deserto: "è stata un'agonia. Lenta e finale: aiuti di Stato e dismissioni, incentivi di Stato ed esuberi", scrive l'autore. Zancan cammina sulle ceneri di questa fabbrica "svenduta con tutti dentro", dando voce a chi l'ha vissuta sulla propria pelle nel bene e nel male, a chi in quei grandi spazi ha sognato per sé e per la sua famiglia, a chi ha lottato, è stato usato e poi irrimediabilmente tradito. Nel presente che viviamo, mentre si parla ancora di rilancio, produttività e sfide per il futuro, non ci sono più auto da fabbricare, né ideologie per cui battersi e nemmeno orizzonti da raggiungere. Solo ferite da provare a rimarginare.
   

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