Biennale teatro, Banushi una trilogia tra vita, morte e elaborazione del dolore
L'autore regista greco-albanese ha ricevuto in questa edizione il Leone d'argento
(di Paolo Petroni) Il Teatro di Mario Banushi, cui è stato assegnato da questa Biennale teatro 2026 il Leone d'argento, è un teatro coinvolgente e di emozioni, tutto visivo, senza parole, immagini e azioni che, se un po' possono ricordare il teatro immagine dell'avanguardia romana primi anni '70, dall'altro hanno una particolare forza intrinseca espressiva e un messaggio che si fa chiaro, specie nella successione dei tre lavori del suo 'Romance familiare - A trilogy', presentata a Venezia e in cui l'autobiografia famigliare diventa espressione di uno sradicamento esistenziale e del bisogno di ricordare il dolore e recuperare il passato.
Banushi è di famiglia albanese, ma è nato e vissuto quasi sempre in Grecia dove oggi lavora. In occasione della consegna del Leone ha ricordato la storia dei suoi genitori, di fughe dal proprio paese, di naufragi, di peregrinazioni e fame, di discriminazioni e violenze anche su di lui bambino. Questo crea una frattura, il dolore del distacco e dell'incomprensione e il problema e fraintendimento della lingua come frontiera identitaria violata lo porta a preferire comunicare senza parole, caricando il senso e l'azione di una forte intensità simbolica. ''E' per questo che scrivo, per abbattere frontiere'', dichiara. In situazioni estreme e altamente esemplari, in ognuno dei tre tempi, passare l'aspirapolvere, mangiare, lavarsi sono gesti che rimandano a una quotidianità, a una normalità di vita che nel contesto appare necessità e stridente assieme. Del resto è il dolore la nota dominante di questo procedere tra vita, amore e morte, nascita in 'Ragada' (che vuol dire 'smagliatura', una piccola modifica fissa strutturale, lutto in 'Goodbye, Lindita', elaborazione dell'assenza e del lutto in ''Taverna Miresia'. E in questo contesto di morte, i segnali di vita sono continui, ribadiscono una permanenza che va oltre quel che accade, c'è la farina e il pane che in 'Ragada' uniscono nascita, maternità e nutrimento, c'è l'acqua e la tradizione balcanica dei riti funebri con tutta la loro rappresentazione di vitalità, aperta al ricordo e al sogno, come in 'Goodbye, Lindita', c'è il nutrire e il lavarsi, l'acqua che scorre nella disperata elaborazione del lutto per la morte di un padre in 'Taverna Miresia'. Allo stesso modo, queste morti, con ogni volta uno spogliarsi, nudità che sembrano richiamare all'essenza umana, al fisico e all'anima insieme, è come questi lutti non apparissero mai definitivi, anzi passaggi per andare oltre e nulla è più simbolico della donna che si alza e oltrepassa un confine, uscendo dalla finestra, verso la luce, oltre una tendina che svolazza, ma non sono da meno la sposa che varca anche lei una finestra per salire su una barca (almeno nella rappresentazione veneziana realizzata non in teatro ma in una casa) o lo spuntare di spighe di grano attorno alla fossa in cui giace il padre o la luce che tutto invade alla fine. Racconti forti, emozionanti, che, lette le note di sala, ci paiono sempre in bilico tra autobiografia, da cui viene l'intensità emotiva, e l'invenzione per la carica simbolica, in cui non a caso è sempre protagonista lo stesso autore e regista con una serie di attori che vanno da Rita Litou a Katerina Kristo, per citarne alcuni, tutti in scena senza una sbavatura. Forse la cosa più interessante proposta da questa Biennale e sempre applaudita davvero con una gran calore e entusiasmo.
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