Vitalismo vigoroso e tragico dolore de 'Le baccanti' di Terzopoulos a Pompei
sarà poi a Ostia Antica 26 e 27 giugno questo grande, forte dramma di Euripide
(di Paolo Petroni) E' una sfida che ha sempre attratto molti registi quella di mettere in scena 'Le baccanti' col suo senso inafferrabile, ultima tragedia di Euripide presentata dopo la sua morte nel 406 a.C., come fa ora Theodoros Terzopoulos, utilizzando la ricca traduzione di Edoardo Sanguineti, al teatro greco per la rassegna Pompei Theatrum Mundi, progetto del Teatro di Napoli prodotto dall'Ert-Emilia Romagna Teatro, dall'Attis Theatre Company e dal Teatro di Roma che lo ospiterà al teatro romano di Ostia Antica venerdì e sabato 26 e 27 giugno.
Certo, al centro c'è il conflitto tra l'irrazionale, la libertà assoluta dei sensi che Dioniso, con le sue baccanti, vuole portare a Tebe quasi come una nuova fede, e la ragione del Re Panteo che ne nega la natura divina e difende i suoi cittadini dalla sfrenatezza e la corruzione di quelle donne invasate che cantano le gioie dell'estasi. L'interrogativo ha sempre riguardato però il suo senso ultimo, la morale se si vuole, il fatto che questo dio beffardo e ingannatore da una parte libera i sensi delle donne che lo seguono, e dall'altra spinge in una trappola cruenta e mortale le sue vittime, con alla fine Panteo che viene squartato dalla furia delle baccanti, tra le quali primeggia Agave, la sua stessa madre che preda dell'eccesso non lo riconosce e la cui crudele presa di coscienza chiude poi il dramma, col dio che la punisce e condanna a eterno esilio.
Squarzina nel 1969 in questo testo lesse il sorgere di nuovi ideali libertari ma anche istinti violenti di quegli anni e nel 2017 Andrea De Rosa, proprio a Pompei, propose le vicende sullo sfondo di musiche dei Pink Floyd e un Dioniso femmineo alla Janis Joplin cui si contrappone un potere rigido e impersonale, mentre nel 1991 Bergman lo trasforma col musicista Daniel Bortz in un'opera lirica che esalta il vitalismo iniziatico e lo chiude in un bagno di sangue, indagine sulla complessità della natura umana che è pure in questo odierno, grazie anche a interpreti di alta qualità e impegno.
Terzopoulos, che questo testo ha già diretto sei volte e ne firma pure scene e costumi, spiega che per lui ha anche una lettura sociale, con Dioniso, dio che si fa uomo e incarna l'archetipo del rifugiato che viene dall'Asia e approda nel mediterraneo. E' il nuovo e diverso che invita alla rivolta contro il potere costituto, che ne è impaurito: Dioniso, dice, ''ci invita a sacrificare il nostro corpo sull'altare dell'Ignoto e del Trascendente, a illuminare il futuro con la luce della vita e ricostruire insieme un nuovo mito''. Un Dioniso un po' Frankenstein e un po' Prometeo, con quel che costa la ribellione in nome della conoscenza, di cui è parte il teatro stesso. Sul fondo, incongruo visivamente con l'essenzialità di tutto il resto, l'anziano re Cadmo, di cui Panteo è il nipote, a rappresentare il potere tenuto in vita da sangue e bombole di ossigeno.
Tutto si svolge infatti su un grande simbolico, nudo palcoscenico tondo, dove le baccanti esprimono il loro vitalismo, la sfrenatezza liberatoria e la tensione della forza fisica sino alla fine con una forte resa eccezionale, ma dove anche si tirano le fila e, a quel che è corale o solo raccontato, si alternano momenti drammatici. C'è l'incontro tra il subdolo Dioniso di Roberto Latini che riesce a esprimere costante energia e ambiguità, e Panteo, un Marco Cacciola che entra col passo dell'oca e via via è sedotto sino a accettare con titubanza evidente di vestirsi da donna per recarsi a spiare le baccanti, cosa che gli costerà la vita. E c'è il fare i conti finali di Cadmo, Enzo Vetrano che ha un sacco con i resti del nipote e, sofferente, costringe la figlia Agave a aprire gli occhi sulla testa mozzata che ha fra le mani, interpretata da una Alvia Reale che, prima di rendere l'alto strazio intimo e estremo e la prostrazione finale (''Dioniso ci ha distrutte!''), rimane drammaticamente senza voce, con la bocca aperta e la lingua che sbatte inutilmente cerando la parola.
Tra gli altri, innanzitutto il Tiresia di Stefano Randisi, affascinato dall'ebrezza del vino che toglie gli affanni, dalla novità del dio e assieme timoroso del suo delirio selvaggio.
Tutti che si danno senza risparmio a un spettacolo di qualità attoriale e che, veemente e fremente nel portare al precipizio, sprizza energia pura in un gioco di contrasti tra rosso e nero, oro e bianco, sostenuto dalle musiche originali di Panagiotis Velianitis e, in vari momenti, da citazioni dei versi originali greci.
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