Il rosmarino non capisce l'inverno di Matteo Bussola
Storie di donne qualunque che considerano l'amore l'occasione per tentare la rinascita
(di Samantha De Martin) MATTEO BUSSOLA, 'IL ROSMARINO NON CAPISCE L'INVERNO' (Einaudi, Stile libero, pp.160, euro 16,50) Attraverso una scrittura schietta, quasi disegnata, Matteo Bussola affida le sue pagine a diciannove donne che restituiscono piccoli quadretti di vita quotidiana dalla coinvolgente intensità.
Questi frammenti di vita, sospesi in contesti spazio-temporali appena accennati, hanno per protagoniste donne qualunque, indagate senza indugi dalla mente di un uomo, lo scrittore, che prova (riuscendovi) a guardare il mondo con i loro occhi. Ogni racconto, mai banale e dagli esiti affatto scontati, è affidato a eroine fragili e forti, inquiete e felici al tempo stesso, che considerano l'amore - per un'amica, un marito che non c'è più o, semplicemente, per una cagnolina dal nome storto abbandonata in un canile - l'occasione decisiva per tentare la rinascita. Donne che vivono quotidianamente la loro battaglia contro i pregiudizi, che sono cadute e si sono rialzate, perché in fondo "anche a inciampare si fa un passo avanti". Come in un quadro di Edward Hopper, le solitudini (e il dolore) delle protagoniste tessono una traccia che tiene unite vite (e pagine) popolate da storie diverse. Ma a permettere loro di tenersi per mano, nonostante le loro vite diverse, è soprattutto la capacità di resistere, con coraggio, ai marosi dell'assenza, della nostalgia, dell'abbandono, dei tradimenti. Bussola associa le sue donne alle foglie della pianta del rosmarino che sfida il gelo dell'inverno per rinascere in primavera, più forte, nonostante le cicatrici provocate dal freddo che si porta addosso. E non è un caso forse che l'autore attinga al profumo di questa pianta consacrata dai Greci ad Afrodite, simbolo di amore, ma anche di immortalità e ricordo. Lo scrittore e fumettista di Verona appena sbarcato in libreria con l'ultimo romanzo 'Il sole nelle pozzanghere' (Einaudi), dedicato al bisogno di legami umani, cattura l'attenzione a partire dalla copertina. In questo corteo di corifee in testa alla vita, fatto di scelte che le cambieranno per sempre, dal tono malinconico solo in apparenza, c'è Margherita, infermiera oncologica che impara come talvolta "ci illudiamo di salvare chi amiamo provando a salvare qualcun altro che ce lo ricorda". Aurora non sente il bisogno di un figlio per timore di farlo soffrire, mentre trova la felicità nell'amore dell'uomo che le sta accanto. Ci sono donne che uniscono i loro dolori, trasformando esperienze in occasioni, mentre bastano un'acconciatura vezzosa o un tocco di rosa sulle guance per riconquistare se stesse.
Madri, sorelle, amiche coraggiose innescano storie che sfidano i cliché, ribaltano punti di vista, attraversando trasversalmente e antropologicamente i tempi. Alcune credono di bastare a se stesse, altre imparano che non c'è niente di male a chiedere aiuto. L'ultima storia non ha il nome della donna che scrive, ma in compenso restituisce al lettore la memoria di Mira, il nome di un'assenza. E il dolore si fa catarsi che fa rinascere in forma diversa, offre una possibilità nella lacerazione, mentre l'amore di tutte rivive in una lettera, in un fiore di carta lasciato sul tavolo, nel nome di Aika, la bambina che vede crescere la futura sorellina nella pancia di una mamma che non è la sua. L'autore affida alcuni semplici punti di vista a frasi epigrafiche. "Per un attimo ho pensato cosa ci siamo perse per il nostro desiderio di restare al sicuro", svelandoci poi che "anche gli onesti possono trafiggerti con una lama, soprattutto se sono coloro ai quali hai affidato il tuo cuore". Poi la più vera: "Non sarebbe bello se, per una volta, alla faccia dei film con Bruce Willis e delle favole fosse una donna a salvarne un'altra?"
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