Eraldo Affinati, ho trovato le parole che mancavano in famiglia nei libri e a scuola
Lo scrittore a Pordenonelegge,'la letteratura mi ha salvato'
ERALDO AFFINATI, NELLA PALUDE DEL PADRE (GRAMMA FELTRINELLI, PP 260, EURO 19).
Fin da bambino Eraldo Affinati ha sentito il peso della storia dei suoi genitori, entrambi orfani, che si erano conosciuti nell'Italia del dopoguerra, nel '46. Il padre Fortunato aveva perso la madre a 15 anni e non era stato riconosciuto dall'altro genitore. Per vivere faceva lavoretti, lo strillone di giornali, il venditore ambulante di abbigliamento. Alla madre, romagnola, era stato ucciso il padre, partigiano delle Brigate Garibaldi, dai nazifascisti nel 1944.
"Chiedevo a mia madre cosa era successo durante la guerra.
Chiedevo a mio padre cosa faceva a Roma senza punti di riferimento, come era riuscito a vivere e lui mi dava risposte a pezzi e bocconi, non soddisfacenti. Sia lui che mia madre avevano fatto soltanto la quinta elementare. Non avevano gli strumenti culturali per poter raccontare bene quello che gli era capitato, anche di fronte a se stessi" racconta Affinati all'ANSA, il 17 settembre a Pordenolegge con il libro 'Nella palude del padre' (Gramma Feltrinelli).
"Forse sono diventato scrittore e insegnante per trovare quelle parole di cui avevo sentito il bisogno da piccolo, lo ho capito nel tempo. La letteratura e la scuola mi hanno salvato" dice lo scrittore che con la moglie Anna Luce Lenzi ha fondato 18 anni fa la Scuola Penny Wirton, diffusa ora in 70 luoghi in tutta Italia, per l'insegnamento della lingua italiana ai migranti. La ritroviamo anche in questo libro in cui ci sono tutti i temi di Affinati: l'identità negata, il valore dell'istruzione, la sofferenza e il male umano.
"A casa non c'era nessun libro, ma io leggevo tanto, me li procuravo. Mi sono innamorato di Natascia leggendo Guerra e Pace di Tolstoj, mi immedesimavo in Delitto e castigo di Dostoevskij, leggevo Fenoglio, capivo la resistenza attraverso il Partigiano Johnny. Leggevo Verga, Manzoni. Insomma, trovavo quella che ho definito più volte una famiglia estetica ideale, una famiglia di bellezza, che in qualche modo sostituiva quella reale che io avevo. Poi la scuola, l'istruzione. Ho insegnato per 40 anni fino a fondare con mia moglie, anche lei professoressa di italiano, la scuola Penny Whirton dal titolo del romanzo di Silvio D'Arzo che ha per protagonista un bambino abbandonato".
Ne 'La palude del padre' "ne parlo perché c'è un rapporto strettissimo tra la condizione dei ragazzi a cui insegno italiano- africani senza famiglia, minori non accompagnati - e mio padre che a 15-16 anni aveva perso tutto".
Autobiografia, storia familiare, il libro è anche una sorta di risarcimento, un modo per "risanare una ferita dentro di me, per parlare idealmente con i miei genitori" ma è anche "una piccola storia d'Italia in cui tutti si possono riconoscere". Lo scrittore parla dei bambini abbandonati di oggi che ha conosciuto, italiani e immigrati. "Parlo di detenuti russi che ho incontrato e avevano il problema di non poter vedere i loro figli prima di essere fucilati. Parlo di una bambina ucraina, di tante cose che io chiamo risonanze paterne. Oggi ci sono tanti Fortunato come mio padre".
La scintilla da cui è partita la storia è una fotografia che ritrae il padre di Affinati bambino, seduto con la sorellina ai piedi di tre donne, la mamma, la nonna e una non identificata prozia dello scrittore. Il piccolo Fortunato è un bambino triste e "si sente - spiega Affinati - che manca la figura del padre.
Non avevo mai visto mio padre così piccolo. Nelle foto che conservava era un po' più grandicello. Aveva anche tenuto alcune fotografie che aveva tagliato e credo che l'immagine eliminata fosse quella del nonno, suo padre che non lo aveva riconosciuto.
I segreti, i non detti, le incomprensioni, sono molto presenti nelle famiglie italiane. Tutti abbiamo in famiglia degli scheletri negli armadi legati a dolori, a situazioni non risolte. La letteratura ci aiuta a uscire da questa oscurità".
Libro sulla maternità e sulla paternità che è sempre da conquistare, 'Nella palude del padre' ha anche un risvolto antropologico" dice l'autore. Perché nella palude? "Perché ho dovuto annaspare dentro questo passato, sprofondare rischiando di affogare. Se non avessi avuto la letteratura questa palude mi avrebbe inghiottito. La grande domanda che resta è: "cos'è che ci lega: la biologia, il sangue, oppure la cultura? "Entrambe - dice lo scrittore- contano".
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