Festivalfilosofia, guerra civile, ecologia della pace e democrazia
aperto oggi con prime delle 58 lezioni magistrali su tema Caos
(di Paolo Petroni) Tutte le guerre sono in fondo guerre civili, con esseri umani contro esseri umani, conclude il suo intervento David Armitage, professore ad Harward dove insegna storia dei processi delle idee politiche e delle strutture di potere globali, parlando di guerra in tutti i sensi, partendo dalla storia classica, arrivando alle guerre civili africane di cui Eu e Usa evitano di parlare, per soffermarsi anche sulla guerra civile degli uomini contro il proprio ambiente, con cui mettono in crisi le risorse primarie, dal cibo all'acqua. La guerra del resto, di questi tempi, è uno degli argomenti centrali di questa edizione del Festivalfilosfia che ha come tema il Caos.
Ecologia di guerra è il concetto quindi elaborato da Pierre Charbonnier, del Centro di studi europei di politica comparata a Parigi, che, dopo tanti studi sulle conseguenze ecologiche delle guerre, si è dedicato a quelle della pace, cioè sulla sostenibilità ecologica dell'ordine mondiale a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, dove si intrecciano abitabilità del pianeta, ovvero crisi climatica, e geopolitica.
Lo studioso parte dal pensiero politico che sin dal Settecento ha visto nel progresso, nello sfruttamento della terra, nel commercio e nell'industria una via verso la pace, arrivando oggi a doversi chiedere se sapremo costruire la pace senza distruggere il pianeta. Ci sono poi gli ideali universalistici che vedono la pace nel processo di globalizzazione che unificasse i popoli come abitanti dello spazio comune terra, minacciata però dalla corsa al nucleare e allo spazio che rende il pianeta vulnerabile. Infine c'è l'impegno storico del movimento ecologista che contesta l'ordine mondiale, il potere della tecnologia e pensa che il futuro bene comune possa prevalere sul particolare dei diversi paesi, che ora affronta la crisi creata dalle guerre, con le conseguenti gravi crisi economiche soprattutto energetiche, che, conclude Charbonnier, sembrano spingere, specie l'Asia, a uscire il più rapidamente possibile dalla dipendenza delle energie fossili.
Tutti questi discorsi hanno ovviamente un legame oggi con le forme di potere e Nadia Fusini, grande studiosa del mondo e di Shakespeare, parte, per parlarne, dalla guerra e la violenza con cui Riccardo III si impadronisce del potere e come la sua prepotenza ne sia l'abuso, arrivando via via a fare un paragone con la gestione di Trump, per il quale lo "Yes I can" è un io posso , che diventa posso fare quel che mi pare. Invece, spiega la studiosa, il senso originario dell'espressione inglese è io posso nel senso che io so come fare, e questo sapere è coscienza dei limiti e dovrebbe portare al potere come idea di servizio. In questo senso viene visitata anche l'idea di democrazia che, come ricorda Simona Forti, docente di Filosofia politica alla Normale, citando Claude Lefort, "è un luogo vuoto'' (che è quel che si dice anche del Caos) per cui nessuno può dire ''il potere sono io'' come ''io sono la verità'', perché si tratta di un esercizio e non di un possesso: ''un esercizio faticoso, che richiede impegno, tempo, responsabilità, tanto che le critiche alla democrazia sono quelle di inefficienza, perdita di tempo, di opportunità e denaro''. E' su questo e sul conflitto tra bisogno di sicurezza e assieme voglia di libertà che bisogna costruire un equilibrio, che pende verso il primo nei momenti di crisi come il nostro, su cui gioca il populismo, la cui propaganda, per Armitage, ''crea divisioni interne, contrasti forti, tra l'altro proponendo come assunti naturali idee e costruzioni palesemente artificiali, a cominciare da quella di stato-nazione''.
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