Roma omaggia Franco Nero. L'attore: "Devo tutto a Laurence Olivier e John Huston"
ANSA - Cultura

Roma omaggia Franco Nero. L'attore: "Devo tutto a Laurence Olivier e John Huston"

Martedì 22 settembre 2026
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Il Mic festeggia la Walk of Fame. Giuli: "Sono ministro ma vorrei essere lui"

"Mi chiamo Alessandro Giuli. Faccio il Ministro della Cultura ma vorrei essere Franco Nero". Sembra l'incipit di una piece teatrale ma chi, al pari del ministro della Cultura, non amerebbe essere Franco Nero? E non solo ora che si è conquistato ad Hollywood una stella sulla Walk of Fame, ma da sempre: da quando ha incarnato per l'Italia il volto bello della star, capace di ingaggiare confronti a livello internazionale, e allo stesso tempo di sperimentare generi e ruoli nuovi in quel cinema italiano che dopo l'exploit del dopoguerra cercava ancora nuovi linguaggi. Il governo italiano ora lo arruola come icona delle eccellenze italiche offuscate, dice la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, da quell'Italia "radical chic che lo aveva snobbato".

E invece il Mic si è dato da fare per mettere assieme gli accrediti necessari, con lettere di riconoscimento di personalità culturali di spicco, per sostenere la sua candidatura ad Hollywood. Ed il colpo è andato a segno. Non è stato difficile considerato il "calibro incredibile dell'artista", ammette la sottosegretaria leghista in occasione della festa di celebrazione al Mic. E d'altra parte l'attore ci tiene a chiarire che, fortuna a parte, ad aprirgli le porte della fabbrica dei sogni sono stati due maestri inarrivabili: Laurence Olivier e John Huston. Il primo, racconta Nero, gli suggerì di non appoggiarsi sulla sua avvenenza fisica: "potresti interpretare la figura dell'eroe come fanno gli americani, sbarbato e sempre vincente. Però che monotonia! Oppure - il consiglio - fai l'attore". Nero scelse la seconda opzione. Scelse di cambiare sempre ruoli, ne interpretò a centinaia, sempre diversi. Alcuni, i più importanti, li ricorda lo stesso ministro che evoca la sequenza iconica di Django, del 1966, con l'attore giovane, "volto e occhi trafiggenti", che avanza nel fango trascinando una bara. Lì era diretto da un altro maestro come Sergio Corbucci che, cita Giuli, di Nero diceva: "John Ford aveva John Wayne, Sergio Leone aveva Clint Eastwood e io Franco Nero". Poi è arrivato anche Quentin Tarantino, è arrivato Django Unchained, di cui l'attore racconta il sorprendente approccio avuto con il regista che lo ha voluto per quel cameo che è una sorta di timbro di fabbrica della saga. Intanto era arrivato anche Il giorno della civetta e il capitano Bellodi, e quindi Damiano Damiani. Ma anche Elio Petri, Buñuel, Fassbinder: un cinema molto sofisticato, osserva Giuli che ricorda anche Zeffirelli e Montaldo. John Huston invece lo scelse per La Bibbia: "È stato lui - racconta Nero - a insegnarmi l'inglese, a regalarmi i dischi con le registrazioni delle opere di Shakespeare in lingua che mi sono serviti per fare Camelot". Un aneddoto che segnò il proseguo della sua carriera da attore ma anche da regista, autore, produttore, continuato negli anni senza mai arrestarsi: "sono un trattore, non mi fermo mai" ha detto oggi accogliendo il festeggiamento per quel sogno che si è avverato. "I sogni non costano nulla. Io ero solo un ragazzo di provincia con tanta tigna e la forza di non abbattersi mai. Sessant'anni fa andavo sulla Walk of Fame a Hollywood chiedendomi se un giorno avrei avuto la mia stella: quel giorno è arrivato". 

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