TXT festival di teatro che mostra i problemi di una generazione under 35
quattro giorni, incontri e otto spettacoli, presente Martin Crimp al Teatro di Napoli,
(di Paolo Petroni) TXT è il formato di un file di testo ed è per questo che è stato scelto come titolo del primo Festival dedicato al teatro dei giovani da Pier Lorenzo Pisano, direttore artistico junior under 35 del Teatro di Napoli, lo stabile diretto da Roberto Andò, il quale vede nel programma di questi quattro giorni, dal 2 al 5 ottobre, ''un coinvolgimento di una generazione che vuole disfarsi dei padri e reclama uno spazio da cui far capire cosa resta nel tempo del rumore, della sopraffazione, del futuro incerto''.
Testimone e maestro dello spaesamento contemporaneo e della destrutturazione dell'io, dell'identità indistinta con i suoi modernissimi testi è ospite della manifestazione Martin Crimp, il settantenne drammaturgo inglese, che parla della sua scrittura, del suo teatro che lo ha reso celebre nel mondo, e poi segue gli spettacoli in programma di questi giovani con partecipazione entusiasmo, e oggi al Mercadante leggerà lui stesso il suo racconto The Writer in cui esplora le tensioni nascoste dietro la creazione artistica e il rapporto di questa col fallimento, il desiderio di riconoscimento e il timore dell'insignificanza.
Il testo innanzitutto allora, il piacere barthesiano del testo sapendo che ciò che si scrivere prenderà poi corpo e diventa azione: ''I segni che tracciamo, che siano dialoghi, performance, una sequenza di scene - spiega Pisano - sono matrici. E' la matrice quindi a legare gli spettacoli del Festival, intesa come rapporto col passato, ma pure con le nostre radici, anche quelle biologiche, famigliari, e quelle delle parole capaci di generare mondi che resistono a chi le ha scritte''. Ecco allora che in quel che si vede c'è l'ombra dei classici, la presenza di un passato, ma assieme un tentativo di scardinarlo dalla sua tradizione per coinvolgerlo nel mondo attuale, per schernirlo come per prenderne le distanze o invece prenderlo più sul serio, inscenando per esempio le proprie paure in un periodo in cui tutto, il domani appare segnato da morte, sangue, guerra, spesso esibendosi, esplorando un'identità, che invece in altri lavori si mostra come incerta, persa, senza futuro. Un percorso quindi in questi appuntamenti, in fondo una non facile ricerca d' un senso perduto.
Esemplare in questo senso il ripescaggio della Medeamaterial di Heiner Muller del 1982in cui Medea rappresenta la donna barbara (oggi diremmo extracomunitaria) conquistata, sfruttata e poi scartata dalla civiltà dell'occidente e il suo rifiuto alla sottomissione è personale ma anche ribellione alla storia, a possessività, progresso e violenza di questo mondo, cui risponde con una violenza parificatrice: per l'uccisione di suo fratello, l'uccisione dei figli suoi certo, ma di Giasone che la ripudia per farsi re. Il tutto scritto e detto in una lingua paratattica, essenziale, diretta, in cui il mito si lega a un mondo odierno di sangue, morti, guerre, sopraffazioni su cui ha lavorato anche la regia di Federica Amatuccio e la ricerca drammaturgica di un gruppo di autori (Giannesi, Galli, Boscato).
Eugenia Galli e Emiliano Albor, Medea e Giasone, in una sfida di memoria e interpretazione forte, da strillare come un dolore e una denuncia, sono su un palcoscenico nudo, popolato da una selva di microfoni, e sono capaci di battute come: ''dovrei parlare di me, ma di che si parla se si parla di me?'' sostenute da un'ossessiva musica continua e martellante che talvolta rende difficile capire le parole, col presente che sopraffà il testo.
Tutto ciò vale anche per Oedipus Rex di Sophia Antoniou in cui tutto è ridotto a un solo interprete, Haris Charalambous-Kazepis, narratore errante smarrito dalla confusione contemporanea alla ricerca drammatica d'una qualche verità.
A contrasto ci sono i franco belgi del Collettivo Greta Koez con Le Jarden di Thomas Dubot autore con gli interpreti e regista di un testo paradossale, divertente ma certo che va un po' per le lunghe e pare avere le radici nella pochade rivisitata con eversività goliardica, giocando su una ragazza incinta che gioca a farsi passare per Maria vergine, con fratelli che cercano di capire chi sono, il loro ruolo e l'assecondano non prendendola sul serio, in una serie di gag di bella invenzione (la croce con l'asse orizzontale per misurare la crescita del figlio sino a 33 anni) e altre di poca consistenza, tutto in una grande frenesia, con un motorino in scena e una festa in cui è coinvolto il pubblico, tra urla, fischi e scoppi, volar di coriandoli e scintille luminose, che alla fine applaude entusiasta.
C'è poi How to Lern to Drive di Paula Vogel e regia della serba Tara Manic che ha fatto pensare a una Lolita in chiave femminile che indaga fascino e pericoli di manipolazioni in rapporti ambigui, di ricerca di identità di una giovane, stretta tra affetto, fiducia, autorità, violazione dei confini personali, coinvolgendo il pubblico anche sul tema del perdono.
Oppure la garbata esibizione dell'io di Andrea Dante Benazzo in 11:45, in cui da conduttore-protagonista cerca di fare i conti con una storia personale, mettendo in pubblico e rendendo vive, parole del padre, anche con l'aiuto del pubblico riunito attorno a un tavolo, cui passa testi da leggere. Padre che è morto suicida lasciando alcuni racconti, compreso Buio, letto a luci spente, in cui narrava la sua morte e il suo funerale.
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