Dagerman nella Germania distrutta del 1946 per capire i vinti delle guerre d'oggi
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Dagerman nella Germania distrutta del 1946 per capire i vinti delle guerre d'oggi

Martedì 24 febbraio 2026
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un bellissimo, storico reportage, libro lucido e intenso che coinvolge

(di Paolo Petroni) STIG DAGERMAN, ''AUTUNNO TEDESCO'' (LINDAU, pp. 134 - 15,00 euro - Traduzione di Luca Taglianetti) - Ha 23 anni l'impegnato scrittore svedese che arriva nella Germania devastata dalla guerra a metà ottobre 1946 e vi rimane due mesi, sino al 10 dicembre, inviato del settimanale Expressen, per rendere conto della situazione e scrive una serie di articoli. L'anno dopo saranno raccolti in un volume che è diventato un piccolo classico e viene ripubblicato in Italiano per la terza volta, ora con una prefazione di Goffredo Fofi che scrive come si tratti del ''documento più impressionante e si può dire più conturbante che ci racconta il mondo dei vinti''.
    La forza di queste pagine, asciutte e densissime assieme, è nello sguardo che questo giovane ha verso i tedeschi, sconfitti anche in quanto tutti più o meno colpevoli degli orrori del nazismo, ma pur sempre esseri umani che stanno passando un momento di sofferenze terribile e cui presta ascolto, non stigmatizzandoli e legandoli solo alle responsabilità storiche che si ritrovavano sulle spalle. Ed è grazie a questo che le sue pagine ci parlano e coinvolgono ancora oggi.
    Vedendo persone, grandi e piccoli che abitano in scantinati semidistrutti, in cui vivono con i piedi nell'acqua in cui cercano di recuperare qualche patata per cuocerle su stufe precarie, attanagliati e segnati dalla fame, capisce che, nella disperazione, finiscono per dire la banalità che quando c'era Hitler stavano meglio, perché mangiavano. Quindi riflette sul fatto che, finché non si riempiono stomaci così vuoti, è impossibile cercar di insegnare e costruire una democrazia, proporre un mondo nuovo, a chi ha necessità primarie così pressanti: ''La fame è una forma di deficienza … che lascia pochissimo spazio a riflessioni profonde''.
    Quelle con cui Dagerman fa i conti sono, come è stato scritto, macerie fisiche e spirituali, degrado, freddo, malattie e fame, che è come lo interrogassero sulle sue razioni, sulle sue idee, che è pronto a mettere in discussione cercando di dare un resoconto fedele, di riportare la realtà nella sua crudezza, senza preconcetti o parametri ideologici, provando a capire prima di giudicare. ''La colpa è certa - scrive Fofi - ma come punirla? E come reagiscono i colpevoli davanti ai nuovi tempi'' mentre subiscono nuove ingiustizie pressati dal presente, con le donne che si vendono, il mercato nero che impazza, tra sbandati, reduci dai campi, ex nazisti convinti e altri che li hanno subiti? Ecco allora, tra l'altro, la farsa, l'ambiguità dei processi di denazificazione ''ridicoli e irritanti'' messi in piedi dagli alleati, alle cui udienze la gente va a assistere come a un teatro nei palazzi di giustizia semi-bombardati ''senza più nemmeno un ricordo di quell'eleganza sadica di cui la giustizia ama circondarsi'', commenta il giovane Dagerman con le sue tendenze anarchiche e crisi depressive davanti a come va il mondo, tanto da suicidarsi a 31 anni nel 1954. Non a caso si interroga sul senso dello scrivere, incontra scrittori e chiude il suo libro con un pezzo su ''Letteratura e sofferenza''. Gli parlano dell'estetica della sofferenza, dei capolavori nati dalla sofferenza, e, per quanto sia stata terribile, ''non li si convince che la sofferenza sia qualcosa di indegno''.
    In Germania gira in treno, osservando devastazioni fuori del finestrino e tra i passeggeri, dove nota una ragazza che mangia a morsi una grande mela a ogni morso illuminandola con una torcia. Racconta di un uomo che entra in un panificio menando un bastone a destra e sinistra fino a impossessarsi dell'ultimo filone rimasto sul banco. Per i malati solo parole di conforto ché medicine non se ne trovano. e poi contrasti incredibili (''E' la guerra?'') tra minatori laceri in miniera e uno scrittore che vive in un bosco in uno chalet con la famiglia come fosse un altro mondo, lontano da tutto quel che accade. si dice, annota, che la sconfitta abbia abolito le classi sociali, ma poi vede che i più poveri occupano cantine e bunker in rovina, mentre il ceto medio si ammassa nei casermoni popolari rimasti, mentre c'è anche chi abita ancora nelle sue belle ville fuori città, non toccate dai bombardamenti. Quando tutto viene sovvertito, quando non c'è più umanità, non è facile capire, distinguere tra colpevoli, mezzi colpevoli e innocenti, trovare un senso, saper cosa fare e cosa dire. Su impegno, senso e scrittura riflette Ilaria Rossetti nel suo ''Stig Dagerman'' (Fve Editori, pp. 86 - 12.00 euro) interessante da leggere dopo aver finito e digerito questo ''Autunno tedesco''.
   

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