I taccuini di Henry James, Ormai non poteva succedere più nulla
Anticipiamo brano dalla prefazione di Ottavio Fatica
Per gentile concessione della casa editrice Adelphi, ecco un brano della prefazione di Ottavio Fatica, al volume di HENRY JAMES, ORMAI NON POTEVA SUCCEDERE PIÙ NULLA. TACCUINI (A cura di F.O. Matthiessen e Kenneth B. Murdock Edizione italiana a cura di Ottavio Fatica Adelphi Edizioni, Milano 2026, Biblioteca Adelphi 784, 26 euro, pagine 573). In libreria dal 27 febbraio.
IL MODERNO ALCHIMISTA E IL VECCHIO SOGNO di Ottavio Fatica […] ''James era sempre stato fedele a poteri, forze, divinità che non l'hanno mai tradito, e al solo ripensarci, in un brogliaccio casualmente ritrovato molti anni dopo la sua morte, si scioglieva in un peana: « Oh, processo celestiale, lenificante, santificante, con tutte le forze alte e sane della stagione sacra che combattono al mio fianco! ... come nei mesi incantati d'una volta ... fin troppo bello e attraente ... troppo ricco e pieno, con troppe promesse di rendimento ... e il mio povero, vecchio genio benedetto mi batte sì mirabilmente e amorevolmente sulla spalla ch'io mi volto, mi torco, e chino le labbra per appassionatamente, nella mia gratitudine, baciargli le mani ».
Che cosa lo salva - o lo condanna? La passione della scrittura, la maniera che ne deriva, anche se sfiora - e più che sfiora - il patologico. « Lavoriamo al buio - facciamo quel che possiamo - diamo quello che abbiamo.
Il nostro dubbio è la nostra passione e la nostra passione è il nostro compito. Il resto è la follia dell'arte ». Potrebbe essere il suo credo, artistico non occorre dirlo, non ne aveva altri. James, compunto e compassato a oltranza, è pazzo come van Gogh in mezzo a un campo di grano sotto il solleone, come Hokusai, il vecchio pazzo per la pittura. Non si scrive e non si parla - non si pensa - sempre e soltanto così. Rientra nella schiera degli artisti maniacali, addicted; basta pensare alle impressioni di Raymond Roussel, ai microgrammi di Robert Walser.
« Studio affascinante, attrazione infinita, soprattutto, del problema - sempre sconcertante invero - del metodo che sta nella pazzia: la pazzia, voglio dire, di uno zelo, del genere riflessivo, così disinteressato ». Una sera d'estate del 1854 Henry undicenne sente il padre di un cugino della sua età dire al figlio che è ora di andare a dormire. Il ragazzino corre piagnucolando dalla madre che lo rimprovera: « Non fare scene...
insisto perché tu non faccia scene ». E Henry cade in preda all'incantesimo del momento. Da vecchio ricorderà quell'espressione così vivida che a lui non avevano mai rivolto.
La vita a quel livello d'intensità - uno vorrebbe sapere quale - diventava chiaramente « scena ». In tarda età il dono di un astuccio da toeletta in pelle sarà per qualche tempo un leone fulvo, portentosa creatura di traverso sulla strada, che blocca tutto il suo futuro. Non sarà come la belva nella giungla dell'omonimo racconto? Ombra nell'ombra. Quella « tigre assenza » che tutto divora, anche chi si arrischia a darle un nome. O replicava a Shaw: « Lei porta la mia pièce davanti a un leone che mai si era sognata d'incontrare ». Il leone era il punto di vista socialista sulla commedia Saloon, ricavata dal racconto Owen Wingrave. In proposito, James scriverà all'attrice e produttrice con sgomento perché nel finale, quando la scena dovrebbe piombare nell'oscurità, sul palcoscenico compare una figura. Lui non aveva dato indicazioni in proposito, disapprova profondamente la modifica e raccomanda di eliminare la figura.
Il fantasma non si deve mai vedere. Il fantasma comparirà lo stesso, per l'effetto; a eliminarlo basta l'insuccesso, che farà ben presto togliere dal cartellone la commedia. Il 1895, anno del fiasco di Guy Domville, commedia sulla quale aveva puntato tutto, segna lo spartiacque psicostilistico di James; tutte le opere successive a quella data sono contraddistinte da una scrittura sempre più circonvoluta, chiusa a riccio. La prima fu il 5 gennaio, presenti Shaw, Wells e Bennett; quest'ultimo sotto uno pseudonimo femminile, visto che rappresentava una rivista per signore. James, che si era ben guardato dall'assistere allo spettacolo, entrò comunque in sala proprio sul finale, venne chiamato in palcoscenico e dovette subire un quarto d'ora di fischi e schiamazzi da parte di un branco di loggionisti scalmanati. Frastornato, incredulo, paonazzo, scese barcollando dal palcoscenico e tornò a casa da solo. « Le ore più orribili della mia vita ». Aveva 52 anni, aveva pubblicato molti libri, sempre con un certo succès d'estime, e un discreto successo di pubblico nel caso di Daisy Miller ; aveva un nucleo compatto di convinti ammiratori, si era costruito fama di professionista serio, e anche qualcosa di più, un'immagine di autorevolezza, austerità e dedizione, alla quale si atteneva anche nell'atteggiamento. L'uomo però era fragile. L'ambizione teatrale era all'epoca la porta del successo per uno scrittore e lui l'aveva sempre coltivata. Il successo era importante; a dispetto di tutti gli snobismi, James è americano, ha l'ethos del business. La pièce non ebbe successo perché mirava a esiti da teatro boulevardier - quello di Sardou e altre personalità minori di una stagione infima del teatro francese tardo ottocentesco, da lui invece seguito con costante interesse e apprezzamento - usando tuttavia di una scrittura impervia, in una parola, jamesiana, la meno adatta al genere. In un certo senso non si sarebbe più ripreso, se ne avverte l'eco dolorosa anche nelle pagine dei Taccuini''.
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