Lerro, con Wittgenstein urlava a scuola le grida traumatiche e il coraggio di opporsi
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Lerro, con Wittgenstein urlava a scuola le grida traumatiche e il coraggio di opporsi

Venerdì 27 febbraio 2026
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nel libro l'insegnante protagonista individua nella poesia un metodo efficace di dialogo

(di Laura Valentini) LUCREZIA LERRO, 'WITTGENSTEIN URLAVA A SCUOLA' (LA NAVE DI TESEO, PP 192, 20 EURO) - Un libro ambientato in una scuola elementare dove razzismo e metodi punitivi sono imperanti ma che suggerisce al contempo che il cambiamento è possibile e il coraggio di una maestra può trasformarsi in un atto di ribellione e di cura. 'Wittgenstein urlava a scuola', di Lucrezia Lerro, si articola lungo il filo del ricordo del filosofo che secondo le testimonianze nel periodo in cui insegnò non seppe trattenere la propria voce e la propria rabbia in classe: "la protagonista si pone una domanda fondamentale - spiega l'autrice conversando con l'ANSA - se un genio come Wittgenstein è stato capace di maltrattare i bambini, noi poveri mortali e umani che non siamo cosi illuminati, come facciamo ad affrontare una realtà così complessa, come si fa a non urlare a scuola e come dovrebbe fare un buon insegnante, essere in ascolto dei propri allievi? L'urlo infatti è sempre traumatico e un modo diseducativo di porsi. Matilde, la protagonista, si chiede come fare a non essere come gli altri insegnanti, cerca un vero metodo educativo che possa aiutare la comunicazione con i bambini, arriva a individuare la poesia come modo per attirare l'attenzione, per dialogare con loro". Nella scuola dove Matilde ottiene la supplenza c'è chi tra i docenti si accanisce anche con stereotipi razzisti contro Key, un bambino nigeriano che ha alle spalle un vissuto difficile: "Io mi fido moltissimo dei lettori, della loro capacità di decodificare e capire quanto c'è di fiction e quanto no nel romanzo, penso siano soltanto loro che possano comprenderlo. Mi fido della loro sensibilità". Nessun riferimento a fatti o persone reali, precisa Lerro: "sono temi di una attualità sconvolgente, io non mi riferisco a una scuola in particolare ma a quella che racconto nel libro. Il razzismo è presente sempre e ovunque e purtroppo esiste una 'pedagogia nera' - avverte Lerro - visto che i pregiudizi e gli stereotipi sono vivi e circolano in tutto il mondo. Le persone che lavorano nella scuola, che dovrebbe essere luogo primario di accoglienza insieme alla famiglia, non possono non essere già formate" per farlo. La 'pedagogia nera', quella che "in passato usava metodi punitivi", si può servire anche della continua svalutazione del bambino: in una scena del libro, spiega l'autrice, "una insegnante parla della 'zingarella', la mette dietro la lavagna, un'altra minaccia i bambini che se non scendono in fila senza parlare gli farà mangiare le gomme da cancellare: sono atteggiamenti che sporcano l'infanzia, metodi diseducativi e veri e propri traumi che arrivano da insegnanti e possono essere una ipoteca sulla vita di un bambino. Se sei già sfiduciato inascoltato, picchiato, come fai a avere fiducia nel mondo? La salute mentale - prosegue - è il centro della missione educativa; i formatori dovrebbero essere preparati psicologicamente, sostenuti, se non hai fatto pace con il bambino che è in te come fai a confrontarti con gli altri?". Inoltre "è interessante notare come a loro volta questi insegnanti che urlano agli scolari urlano anche a Matilde, quasi non ci possa essere uno spiraglio di cambiamento". Ma 'Wittgenstein urlava a scuola' "è un libro positivo perché - spiega Lerro - positiva è la figura di insegnante che incarna la scuola buona, quella che è la base sicura dell'infanzia che funge da protezione, ancora, luogo di sapere e di formazione delle sensibilità, un catalizzatore di tutti i sentimenti". La protagonista dice di ritenere un qualsiasi gesto d'amore l'inizio di una rivoluzione. "Sì io quotidianamente apprendo che, ascoltando le persone vicine si compiono piccoli gesti d'amore rivoluzionari: ciò che conta sono i fatti. Conta quello che si fa, non quello che si enuncia o si dice. Anche un gesto d'amore inaspettato, come aiutare chi è in difficoltà ad attraversare la strada, può essere un piccolo ma grande segno. Perché lo fai? Dare all'altro è anche una restituzione a se stessi. La bontà e la generosità sono una forma di intelligenza". La protagonista, con un dolore nel suo passato "accudisce se stessa accudendo i bambini e non replicando il copione del disprezzo subito; lei la base sicura l'ha avuta grazie al maestro Giovanni, si è salvata grazie alla scuola. Il suo dolore diventa lente di ingrandimento rispetto a una situazione che non le piace e che vorrebbe modificare. Lei impara dal suo dolore e trova il modo di dialogare grazie al linguaggio creativo: del resto i bambini dicono cose meravigliose fanno racconti anche incredibili, molto poetici, hanno purezza e spontaneità" conclude Lerro che nel libro cita il lavoro di Yervant Gianikian autore con Angela Ricci Lucchi della trilogia 'I diari di Angela' di cui la scrittrice è stata voce narrante.
   

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