Emilio Malerba, l'equilibrio difficile fra tradizione e modernità
ANSA - Cultura

Emilio Malerba, l'equilibrio difficile fra tradizione e modernità

Venerdì 27 febbraio 2026
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Dalla Fondazione Ragghianti la restituzione di un grande artista del '900

(di Luciano Fioramonti) Un perfezionista mai soddisfatto, critico severo di se stesso nonostante i riconoscimenti autorevoli, artista còlto impermeabile al richiamo delle avanguardie impegnato nella ricerca costante del difficile equilibrio fra tradizione e modernità. Un pittore di sguardi intensi, di emozioni intime suggerite senza clamore e momenti di vita domestica morto nel 1926 a nemmeno 50 anni e finito in un oblio ingiusto anche per aver prodotto nella sua breve carriera un numero ristretto di opere raccolte soprattutto in collezioni private. Emilio Malerba torna ora al centro della scena a Lucca nella mostra che la Fondazione Ragghianti gli dedica fino al 7 giugno prossimo nel centenario della morte. Paolo Bolpagni, direttore della Fondazione, ed Elena Pontiggia hanno riunito 55 tra dipinti e manifesti -praticamente il 90 per cento della sua produzione -, oltre a documenti, foto e lettere, per documentare la parabola dell' artista milanese. A quasi cento anni dalla prima e unica monografica del 1931, 'Emilio Malerba. Dagli esordi al Novecento italiano' rappresenta quindi nelle intenzioni dei curatori ''non la semplice riscoperta che si fa anche con le figure minori ma una restituzione, la volontà di rimetterlo nel posto che merita come uno dei massimi artisti della sua epoca''. Nelle sale dell' ex complesso monumentale di San Michieletto il bel racconto segue lo sviluppo cronologico segnato dallo spartiacque del 1920, anno in cui la pittura di Malerba subisce una svolta, un cambio radicale verso la forma sospesa del Realismo Magico. Nei primi lavori - anche di grafica pubblicitaria che rimandano al mondo della Belle Epoque - l'artista si collegava alla tradizione del tardo naturalismo lombardo inglobando poi l'eredità della tarda scapigliatura. A colpire, di questo periodo, sono in particolare i due minuscoli ritratti di donna a carboncino e matita del 1907. Dopo il 1915 il suo segno diventa originale e riconoscibile anche per la leggera malinconia che affiora nei volti femminili dagli occhi enigmatici o animati da un sorriso appena accennato. L'adesione nel 1922 al gruppo Novecento di Margherita Sarfatti che a Milano riunì sette artisti - oltre a lui, Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Piero Marussig, Ubaldo Oppi e Mario Sironi - orienta la ricerca di Malerba verso il ritorno alla classicità rispetto al furone e alle provocazioni delle avanguardie. Nell' ultima sala, preceduta da alcune opere dei collehi del primo nucleo di Novecento, spiccano le grandi tele, da Femmina volgo (1920), alle quattro figure di 'Le maschere', ''Le amiche'' (1924) e soprattutto il 'Nudo con capriolo' (1923-1924). ''Qui - osserva Bolpagni - raggiunge l' equilibrio perfetto che cercava fra tradizione e modernità, con un alberello che ricorda addirittura Giotto, il richiamo a Cezanne, la monumentalità del nudo e la naturalezza''. E' in quel periodo che si manifesta il cancro che in breve gli sarà fatale. Del 1925, dopo un viaggio a Parigi, è l'ultimo quadro rimasto incompiuto, 'Figura femminile', dalla foto di una donna che legge un libro come se volesse abbracciarlo. L'artista smette di dipingere e muore nel marzo dell'anno seguente.
    ''Malerba osserva, comprende, registra le emozioni nascoste, gli sguardi rivelatori, più raramente i momenti di effusione, delle sue figure - scrive nel testo in catalogo Elena Pontiggia -. È il pittore della vita quotidiana, ma di una quotidianità intima, segreta, che può passare inosservata, e che invece l'artista fissa sulla tela''. Le sue opere, sottolinea, ''non giungono mai a narrare una vicenda, ma suggeriscono le sensazioni e, per così dire, i battiti del cuore delle sue figure attraverso pochi tratti di un volto, un gesto momentaneo, un'occhiata''. La sua ricerca, come quella dei pittori di Novecento, puntava alla 'naturalezza' intesa ''come semplicità di atteggiamento, come rifiuto di mimiche patetiche, pose sforzate, allusioni indistinte e oscure''. La perenne insoddisfazione sulle sue opere, a dispetto dei commenti positiv ricevuti anche da Carrà, è da ricercare nel tratto del suo carattere. ''Era un artista colto e sperimentatore. Il confronto con i grandi dell' arte lo rendeva molto più esigente con se stesso ma questo dipendeva dalla sua consapevolezza culturale - dice all' ANSA Bolpagni -. Non è mai stato sfiorato dalla tentazione futurista come accadde a molti pittori dell' epoca.
    Era difficile trovare una via evitando le sirene dell' avanguardia ma lui voleva fare arte moderna rimanendo ancorato ad una tradizione''. Nella sua ricerca contava soltanto la qualità. Lo precisò lui stesso a chiare lettere: ''O nelle mie opere sarà un vero valore, e allora esse s' imporranno da sè; o io m'illudo, e in questo caso il vano elogio d' oggi cadrà, coi miei lavori, nell'oblio di domani''.
   

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