Tempi di guerre, in scena a Roma La storia di Morante
Fausto Cabra porta al Vascello lo "scandalo" lungo quanto la nostra umanità
C'è la vita e la morte, c'è la violenza e c'è l'amore, c'è il "tempo di guerra" e il "tempo di pace", c'è la scrittura e la lettura, c'è la storia con la "s" minuscola e quella maiuscola. In giorni in cui la guerra, con tutte le sue assurde contraddizioni che ci ripropone, torna con tutta la sua forza a interrogare le nostre coscienze, torna con altrettanta necessità un testo che ha fatto tanto innamorare quanto discutere: La storia di Elsa Morante che il teatro romano Il Vascello ripropone (dal 12 al 22 marzo), con una versione liberamente ispirata al romanzo, in uno spettacolo diretto da Fausto Cabra e scritto a quattro mani con Marco Archetti.
"Al romanzo, scomodo ieri come oggi, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c'è speranza di sciogliere l'enigma tra violenza e amore. Non c'è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L'oscuro è mischiato continuamente con il luminoso, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine" dice Cabra che poi nelle sue note di regia sottolinea proprio quanto questa contraddizione sia il grande "scandalo" che svela Morante.
"In questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c'è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c'è l'auspicata 'fine della Storia', non ci sono vie d'uscita, né personali, né tanto meno collettive. L'unica salvezza possibile - vien da pensare leggendo - è proprio quella commozione, quella cruda compassione che lo stesso romanzo genera nel lettore".
E se La storia, come scriveva Morante, è "Uno scandalo che dura da diecimila anni", anche il romanzo, come la vita, è fatto di momenti di comicità̀ e leggerezza, della "vita nonostante tutto", delle parole del giovane Nino: "Loro nun lo sanno, a mà, quant'è bella la vita". Franca Penone, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti portano in scena anche questo, portano le coordinate di un'opera necessaria nel suo rivelare le "forze motrici e distruttrici delle cose, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte, e la morte quando racconta la vita".
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