Egemonia senza cultura, un saggio rilegge l''ossessione italiana' da Gramsci ad oggi
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Egemonia senza cultura, un saggio rilegge l''ossessione italiana' da Gramsci ad oggi

Lunedì 23 marzo 2026
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Andrea Muniz si interroga sul concetto di egemonia culturale

(di Laura Valentini) ANDREA MUNIZ, 'EGEMONIA SENZA CULTURA' (SILVIO BERLUSCONI EDITORE, PP252, 19 EURO) - Una "piccola scorribanda" intorno a quella che viene definita una vera e propria "ossessione" italiana, quella dell'egemonia culturale, basata sull'idea gramsciana che la dominazione non si regge solo sulla forza ma sulla costruzione di un senso comune e di una cultura condivisa: è l'obiettivo dichiarato del saggio 'Egemonia senza cultura' (Silvio Berlusconi Editore) dal sottotitolo 'Storia sentimentale di un'ossessione italiana' di Andrea Minuz che, nel definire l'egemonia culturale "una delle più potenti intuizioni del pensiero politico moderno" si chiede come mai questo concetto a suo giudizio anacronistico nell'era dei social e dell'algoritmo resti così saldo anche a fronte dalle due "regolette" da cui, spiega, si deve partire per analizzarlo: 1. nessuno sa più bene cosa sia; 2. egemoni sono sempre gli altri. Nell'indagine per capire le molteplici declinazioni con cui l'egemonia culturale ha resistito nel tempo Muniz, che insegna Storia del cinema all'Università La Sapienza e scrive per Il Foglio, intreccia analisi, storia e autobiografia mostrando come questo tema, centrale da decenni nel dibattito pubblico italiano, influenzi ancora il discorso contemporaneo. "Più la cultura diventa irrilevante, più la si vive come un pericolo, un campo di battaglia, una casella da occupare". Sebbene il concetto di egemonia culturale affondi le sue radici nel pensiero di Antonio Gramsci, oggi è soprattutto la destra politica a rivendicarne l'importanza, sostenendo come sia da riscrivere l'immaginario culturale per decenni dominato dagli intellettuali di sinistra. Ci sono state poi battaglie culturali dagli esiti diversi da quelli attesi: l'autore descrive l'operazione che porto' Mondadori ad acquisire Einaudi, "la cattedrale dell'egemonia alta, severa, inespugnabile che finiva nelle mani del Nemico". Ma, osserva, "soltanto avendo in mente una lotta ancestrale tra 'cultura' e 'mercato' si poteva immaginare Berlusconi che si prende Einaudi per vendicarsi non si sa bene perché della tradizione antifascista e cancella le collane, licenzia tutti, pubblica solo audiolibri con la voce di Giorgio Mastrota. A Berlusconi, invece, Einaudi andava bene così". La voce ironica dell'autore elenca riferimenti contemporanei e internazionali, la cultura woke, il personaggio Veltroni, per arrivare anche a come è stato accolto il fantasy in Italia, con il caso del libro Il Signore degli Anelli, a lungo oggetto del pregiudizio che lo associava alla destra.
    Tolkien "era letteratura di pura evasione, fuga dalla realtà.
    Inutile. A Tolkien, insomma, mancava Gramsci". Tuttavia nel fantasy la storia la fanno gli eroi e dunque "non è un caso che Meloni abbia fatto della propria biografia una narrazione eroica: la ragazza di Garbatella che diventa la prima donna presidente del Consiglio, la militante che non ha mai mollato".
    Del resto, riflette ancora Muniz riferendosi ad Atreju, "le egemonie non si costruiscono con i manifesti. Si costruiscono con le feste, i riti, i ricordi d'infanzia. Con le piste di pattinaggio e l'odore di vin brulé". Quasi un capitolo a se' per la Rai, azienda ritenuta un bastione di consenso da conquistare.
    "Se nell'America trumpiana il ribaltone dell'egemonia culturale punta soprattutto su Harvard, Stanford, Columbia e relativi sistemi di finanziamento, in un paese con pochi laureati gli sforzi maggiori si riversano sulla Tv di Stato". Questo avviene, scrive ancora l'autore, "come se gli italiani fossero ancora tutti religiosamente seduti 'ad assorbire l'ideologia del Tg1'" mentre "l'unica egemonia in Rai è quella della Rai". Difficile insomma emanciparsi dai retaggi del passato: il risultato è un'Italia ancora attraversata dalle battaglie culturali del Novecento, che né il neoliberismo né il nuovo quadro politico sono riusciti, finora, a ripensare in modo compiuto.
   

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