Lascia, tra dubbi sulle origini, la prima curator nativa del Met
Patricia Marroquin Norby non avrebbe sangue Purepecha come dichiarato
"Zero sangue Purepecha" nelle vene: ha lasciato il posto tra dubbi sulle sue origini, la prima curatrice nativo-americana del Met di New York.
Patricia Marroquin Norby, che nel 2020 era stata assunta in pompa magna come prima responsabile delle collezioni di arte indigena in 150 anni di storia del museo, ha abbandonato in sordina la posizione dopo che hanno cominciato a circolare illazioni sul fatto che nelle sue vene non scorresse sangue nativo come dichiarato.
L'uscita di scena e' stata riportata da ArtNews. Qualche giorno fa il Met ha pubblicato un annuncio per la ricerca di un sostituto, segno della volontà di proseguire lungo la linea curatoriale nonostante le polemiche. La nomina, sei anni fa, aveva rappresentato un passaggio simbolico per il Met, che per la prima volta aveva inserito stabilmente un curatore a tempo pieno per l'arte nativa americana. Il ruolo della Norby includeva anche il compito di costruire relazioni di lungo periodo tra museo e comunità indigene, in linea con un più ampio ripensamento museale sulle pratiche di rappresentazione e restituzione culturale.
La Norby era arrivata al Met con un curriculum illustre: aveva lavorato al Museo degli Indiani Americani di New York dopo aver diretto il D'Arcy McNickle Center for American Indian and Indigenous Studies di Chicago. Il caso ha riacceso un dibattito ricorrente nel mondo accademico e dei musei negli Usa tra autodeterminazione identitaria e riconoscimento comunitario, soprattutto quando tali identità sono al centro di ruoli istituzionali e di rappresentanza culturale.
Secondo quanto riportato da Artnews, sia la Norby che il Met hanno indicato motivi di salute come causa ufficiale della separazione, e tuttavia da tempo erano girati dubbi sulle discendenze indigene della curatrice che negli ultimi anni si era attribuita una origine Purépecha, una comunità indigena con radici nello stato di Michoacán in Messico. Gia' nel 2024 la Tribal Alliance Against Frauds aveva sostenuto che la Norby aveva "zero sangue nativo americano". Poco dopo l'ufficializzazione della ricerca del suo sostituto, la Norby ha firmato un intervento sul Minnesota Star Tribune in cui definisce l'identità nativa una questione personale, in cui eventuali dubbi dovrebbero essere risolti "in privato, con la famiglia e con la comunità che riconosce un individuo o con cui esso si identifica", Una posizione contestata da alcuni studiosi.
Joseph Pierce, cittadino della Cherokee Nation e professore associato alla Stony Brook University, ha detto a Artnews che "l'appartenenza tribale esiste attraverso la collettività, non l'individualità", sottolineando come il riconoscimento identitario nelle comunità indigene sia un processo condiviso e regolato, non una scelta individuale.
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