Fabio Ascione, la mobilitazione: «Era estraneo ai clan»
L?ordine pubblico prima della pietà. Ci sono casi che si spingono al limite di ogni comprensione, e stavolta tocca a quello di Fabio Ascione, il 20enne ucciso a Ponticelli da un...
L’ordine pubblico prima della pietà. Ci sono casi che si spingono al limite di ogni comprensione, e stavolta tocca a quello di Fabio Ascione, il 20enne ucciso a Ponticelli da un proiettile vagante che, con ogni probabilità, non era diretto a lui: ebbene, nonostante di ora in ora i risvolti investigativi conducano verso la conclusione che il ragazzo incensurato, estraneo a contesti criminali, non fosse l’obiettivo di questa follia assassina, il questore di Napoli Maurizio Agricola ha deciso di vietare per lui i pubblici funerali. Decisione che segue comunque la logica di evitare ogni possibile fibrillazione sull’ordine pubblico.
APPROFONDIMENTI Fabio Ascione morto a Ponticelli, 20enne uccisoFabio Ascione ucciso a 20 anniFabio Ascione ucciso per errore: «A sparargli in petto è stato un minorenne»
Le indagini
I carabinieri del comando provinciale, coordinati dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, sarebbero vicini alla identificazione di chi, poco prima dell’alba di martedì scorso, ha premuto il grilletto esplodendo il colpo che ha ucciso Fabio. Si tratterebbe di un giovanissimo legato da vincoli di parentela con un personaggio legato al clan De Micco di Ponticelli. Il ragazzo avrebbe le ore contate, e non è escluso che possa costituirsi.
Il delitto si inquadra in un contesto di degrado criminale che coinvolge sempre più giovani e minorenni che girano con le pistole addosso: poche ore prima che si compisse la tragedia di Fabio Ascione, un gruppo di ragazzini avrebbe litigato con un’altra comitiva di coetanei a Volla.
La società civile
Mariano Di Palma è il referente regionale di “Libera”: e per giovedì prossimo ha organizzato un incontro aperto a tutti presso il Centro Colonna di Ponticelli, un luogo ricostruito a mani nude dalle reti di quartiere e che porta il nome di un’altra giovane vittime innocente, «per chiamare tutta Napoli a fermarsi, discutere e mobilitarsi».
«Fabio Ascione - dice - era un giovane lavoratore napoletano. Un ragazzo di un quartiere popolare dove il lavoro é precario, quando si trova. La camorra opprime i nostri quartieri, imponendo logiche violente, paura, sopraffazione. Esercita controllo dove c’è povertà, assenza di infrastrutture civili e culturali, dove lo Stato non interviene con il lavoro, il reddito, la cultura e i servizi sociali e culturali».
Non ne possiamo più della sola repressione. Non basta, non ferma il rigenerarsi della violenza nei nostri quartieri - prosegue - È tempo di politiche di comunità, per le nostre comunità, per metterci nelle condizioni di liberarci davvero della violenza, della povertà, del degrado, della cultura della sopraffazione. Della camorra, delle clientele, della corruzione. La memoria delle vittime innocenti è tutta la forza e l’energia che abbiamo per cambiare. La memoria di tutti loro e anche di Fabio cambierà Napoli».
Interviene anche il consigliere comunale Demetrio Paipais: «Oggi, in Consiglio Comunale, chiederò di convocare una seduta monotematica sulla sicurezza urbana da tenersi a Ponticelli».
Resta l’amara decisione - inevitabile ed ineccepibile da un punto di vista della sicurezza e dell’ordine pubblico - del divieto di celebrazione dei funerali pubblici per Fabio. «Purtroppo - commenta don Tonino Palmese, presidente della Fondazione Polis e garante comunale dei diritti dei detenuti - si paga anche questo prezzo a morire da innocente nelle terre di camorra. Se venisse confermato che Fabio Ascione era estraneo a ogni logica e dinamica criminale, allora dovremmo cominciare a rivisitare le categorie per chi ha, legittimamente, diritto a pubblici funerali».
«Ponticelli e la zona orientale - conclude il sacerdote - si confermano purtroppo zone in cui oggi la camorra tiene sotto scacco migliaia di persone perbene, estranee a contesti criminali eppure costrette a vivere un clima da corpifuoco. Ecco perché dispiace che l’unica cosa che riusciamo a fare, di fronte a questo drammatico quadro, è impedire a chi muore anche un rito sacro in pubblico».