Ungheria, Cremlino: «Niente congratulazioni a Magyar, è un Paese non amico». E lui accusa: «Ministro di Orban distrugge file su sanzioni Ue a Mosca»
Il Mattino

Ungheria, Cremlino: «Niente congratulazioni a Magyar, è un Paese non amico». E lui accusa: «Ministro di Orban distrugge file su sanzioni Ue a Mosca»

Lunedì 13 aprile 2026
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Che Mosca non avrebbe gradito la vittoria alle elezioni ungheresi di Peter Magyar a discapito del premier Victor Orban, non era certo un mistero.  E sebbene il Cremlino abbia fatto...

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Che Mosca non avrebbe gradito la vittoria alle elezioni ungheresi di Peter Magyar a discapito del premier Victor Orban, non era certo un mistero. 

E sebbene il Cremlino abbia fatto sapere di «rispettare la scelta degli elettori» ungheresi - per citare le parole del portavoce Dmitry Peskov, d'altro canto le mosse della Russia confermano che i rapporti tra i due Paesi dopo il risultato elettorale non brilleranno per niente. 

APPROFONDIMENTI La giornata  

Ungheria e Russia, i rapporti dopo la vittoria di Magyar

La Russia non si congratulerà con il vincitore delle elezioni ungheresi perché l'Ungheria è «un Paese non amico che sostiene le sanzioni» contro Mosca, ha sottolineato infatti Peskov, in un'intervista a Life ripresa dalla Tass. Parlando del rapporto tra il presidente russo Vladimir Putin e il premier ungherese uscente Viktor Orban, Peskov ha affermato che la loro non è mai stata «un'amicizia», ma Mosca ha semplicemente avuto «un dialogo con lui». 

Comunque Mosca ha detto di auspicare relazioni «pragmatiche» con la nuova leadership ungherese, dopo la sconfitta elettorale ieri di Viktor Orban, il leader più filo-russo all'interno dell'Unione europea. «L'Ungheria ha fatto la sua scelta.

Noi rispettiamo questa scelta. Contiamo di proseguire i nostri contatti, improntati al massimo pragmatismo, con la nuova leadership ungherese», le parole di Peskov.

Non solo il Cremlino storce il naso per la vittoria di Magyar. «Questo non farà altro che accelerare il collasso dell'Ue, verificate se ho ragione tra 4 mesi». Kirill Dmitriev, amministratore delegato del Fondo russo per gli investimenti diretti e inviato di Putin a Washington, ha infatti commentato così su X, in risposta all'attivista di estrema destra Tommy Robinson, la vittoria di Magyar alle elezioni.

Le parole i Magyar

E la tensione con Mosca è palpabile anche nelle parole pronunciate dallo stesso Magyar durante la conferenza stampa all’indomani della sua netta vittoria elettorale. Dopo aver ricevuto un biglietto ha interrotto il colloquio con i giornalisti. Secondo quanto riferito dal leader di Tisza, nel messaggio si denunciava che l’ex ministro degli Esteri Péter Szijjarto starebbe «distruggendo documenti relativi alle sanzioni» contro la Russia. «Questo non li aiuterà, ma serve a darvi un’idea della situazione in Ungheria», ha dichiarato Magyar, che ha poi paragonato la situazione ai «tempi del comunismo».

«Dovremo mettere le mani su tutti i documenti che non sono stati distrutti», ha aggiunto, assicurando che il suo governo cercherà di renderli pubblici ogni volta che sarà possibile, nel rispetto delle clausole di riservatezza, per fare maggiore chiarezza sulle attività del governo uscente.

Magyar e il capo dello Stato ungherese

«Per me» Tamas Sulyok «non è un presidente: ha permesso» che l'Ungheria fosse «saccheggiata, non ha detto una parola quando migliaia di bambini sono stati abusati da pedofili graziati dal governo. Spero mi stia ascoltando: deve dimettersi. Non abbiamo bisogno di un burattino né della mafia», ha poi detto Magyar rivolgendosi al capo dello Stato, vicino al partito di Orban, Fidesz.

Magyar su Putin e Trump

Il neo premier ungherese ne ha anche per i leader di Russia e Usa. «Non chiamerò Vladimir Putin. Spero che sia costretto a mettere fine alla guerra in Ucraina. Tutti sanno» che Kiev «è la vittima di questo conflitto». Lo ha detto interpellato sulla possibilità di telefonare allo zar. Rispondendo alla stessa domanda su Donald Trump, il leader di Tisza ha riferito che non lo chiamerà, ma che l'Ungheria si impegnerà a fare «tutto il possibile, a prescindere da ciò che è successo in campagna elettorale, per essere buona alleata degli Stati Uniti». 

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