Trump e Papa Leone, cosa c'è dietro lo scontro? Al Conclave i primi avvertimenti,
ma Prevost non si è "allineato"
Il Mattino

Trump e Papa Leone, cosa c'è dietro lo scontro? Al Conclave i primi avvertimenti, ma Prevost non si è "allineato"

Martedì 14 aprile 2026
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Lo scontro senza precedenti tra il presidente Trump e Leone XIV ha una genesi precisa, che va ricercata già nei giorni del conclave. Nel maggio scorso, prima dell?elezione del...

Lo scontro senza precedenti tra il presidente Trump e Leone XIV ha una genesi precisa, che va ricercata già nei giorni del conclave. Nel maggio scorso, prima dell’elezione del cardinale americano Robert Prevost, Trump aveva pubblicato sui social un’immagine insolita e provocatoria, generata dall’intelligenza artificiale: lo ritraeva con una tiara, vestito da Papa, con un dito alzato — tutt’altro che benedicente — e il volto corrucciato. Un’immagine che evocava quasi la figura dello Zio Sam dei manifesti di arruolamento, come a voler lanciare un avvertimento. In Vaticano fu liquidata come una battuta di cattivo gusto, sorprendente soprattutto da parte di un leader politico di primo piano. I cardinali accolsero l’episodio con disagio, anche perché erano ancora vive le polemiche legate alle accuse di antiamericanismo rivolte al pontefice argentino appena scomparso.

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Le accuse

L’attacco si è però intensificato nelle ultime ore, con una nuova immagine — ancora più controversa — che raffigura Trump nei panni di Gesù Cristo intento a far miracoli. Una iniziativa che ha suscitato un’ondata di indignazione, anche per il contenuto delle dichiarazioni che lo accompagnavano: accuse dirette al Papa di non comprendere la sua linea sul nucleare iraniano, fino a definirlo un perdente e un ingrato.

«Leone dovrebbe essere riconoscente — ha scritto Trump — perché la sua elezione è stata una sorpresa scioccante. Non era in nessuna lista ed è stato scelto solo perché americano, ritenuto il modo migliore per trattare con il Presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leo non sarebbe in Vaticano». Parole a cui ha aggiunto di non voler «un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti», rivendicando la propria azione contro il crimine e l’immigrazione clandestina.

Perché si è arrivati a questo punto, e soprattutto perché Trump ha rotto una tradizione di rapporti istituzionali improntati alla misura? Nemmeno George W. Bush jr, pur in forte contrasto con Giovanni Paolo II sulla guerra in Iraq del 2003, aveva mai oltrepassato certi limiti. Eppure anche allora non mancarono momenti di tensione: il cardinale Laghi, inviato personale a Washington, fu lasciato per dieci ore a fare anticamera alla Casa Bianca e non venne ricevuto, nonostante fosse portatore di una lettera personale di Wojtyła. Pochi giorni dopo, la guerra ebbe inizio.

Ciò che è cambiato oggi va cercato nel dietro le quinte di un rapporto complicato e inconciliabile tra i principi evangelici del Magistero papale e l’azione politica di Trump. Le politiche restrittive sull’immigrazione, affidate all’ICE a scapito di migliaia di immigrati, e le scelte aggressive in politica estera hanno progressivamente compattato il fronte cattolico statunitense in una posizione critica esplicitata pubblicamente da diversi cardinali americani che chiaramente si esprimevano di volta in volta in accordo con Leone, il quale ha lasciato che fossero loro a difendere in loco la Dottrina Sociale della Chiesa.

Il pontificato

In questi undici mesi di pontificato, Leone XIV si è trovato a difendere con decisione il messaggio evangelico. «Non ho paura dell’amministrazione Trump — ha dichiarato ai giornalisti ieri durante il volo — né di parlare ad alta voce del Vangelo. Non siamo politici: non affrontiamo la politica estera con la stessa prospettiva. Ma credo nel Vangelo come forza di pace». A ciò si sono aggiunti il rifiuto del Vaticano a partecipare a un ipotetico board per la ricostruzione di Gaza — che, secondo la Santa Sede, avrebbe indebolito il ruolo dell’ONU — e la decisione di non recarsi negli Stati Uniti per il 250esimo anniversario dell’indipendenza, il 4 luglio. Non sono mancati, inoltre, appelli espliciti contro interventi militari in Venezuela, in Libano e, soprattutto, contro l’escalation legata all’Iran. Prevost sempre più sgomento per la determinazione di Trump di presentare l’opzione bellica come risolutiva e inevitabile - «ci stiamo abituando alla violenza», ha denunciato una «catena demoniaca del male» alimentata da «deliri di onnipotenza sempre più imprevedibili e aggressivi». Pur senza mai citare direttamente Trump, molti di questi interventi — letti in controluce — sono apparsi come riferimenti anche alla sua linea politica.

Resta il dato di fondo: il potere morale del Papa, guida di oltre un miliardo e quattrocento milioni di cattolici nel mondo, continua a rappresentare un elemento centrale negli equilibri globali. Un soft power formidabile. E anche questo scontro lo dimostra con chiarezza: la geopolitica, per essere compresa fino in fondo, non può prescindere dalle dinamiche religiose e dal ruolo del Pontefice.

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