Rapina banca Vomero: «Solo 40 minuti per la fuga», due ?pali? a vigilare la piazza
Erano lì da un paio di ore, perfettamente mimetizzati in un contesto urbano frenetico e affollato. Magari hanno simulato impegni ordinari, passando da un punto all?altro della piazza,...
Erano lì da un paio di ore, perfettamente mimetizzati in un contesto urbano frenetico e affollato. Magari hanno simulato impegni ordinari, passando da un punto all’altro della piazza, tra un caffè e una sigaretta, senza però mai perdere di vista il proprio obiettivo. È questa una delle ipotesi investigative, che punta a fare chiarezza su quanto avvenuto lo scorso 16 aprile in piazza Medaglie d’Oro. Non si esclude infatti che tra le centinaia di persone che hanno attraversato la zona dell’esterno della filiale di Credit Agricole (o che hanno semplicemente stazionato nella zona) ci fossero due complici della banda del buco. Ipotesi al vaglio, alla luce della necessità di ricostruire la strategia di un colpo pianificato e organizzato da mesi.
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Inchiesta condotta dal pm Federica D’Amodio, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli, gli accertamenti dei carabinieri sono entrati nel vivo. Dalle immagini delle telecamere (anche quelle che proteggono la piazza), all’analisi di quanto accaduto all’interno della filiale. Poi lo screening delle testimonianze finora raccolte. Più si scava, più emerge una certezza: la banda del buco era organizzata su più livelli. E non è detto che tutti i componenti siano entrati in azione nella stessa fascia oraria, nella tarda mattinata di giovedì scorso. C’era un primo gruppo costituito da scavatori. Sono i padroni del sottosuolo, quelli che hanno la mappa del reticolato di fogne e di sottoservizi, gli stessi che hanno stabilito la necessità di creare un cunicolo ausiliario per poi sbucare all’interno della banca; poi ci sono gli incursori.
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Sono quelli che hanno fatto irruzione una volta infranta la resistenza del pavimento. E lo hanno fatto ben sapendo di poter contare sulla tempestività dei tre complici in tuta blu e volto travisato che sono sopraggiunti passando dall’ingresso principale. Tutto coordinato. Probabile che altri due complici fossero in piazza, almeno da un paio di ore. Sono gli stessi che hanno comunicato con gli incursori, sono gli stessi che hanno dato l’ok all’inizio della operazione. Una presenza decisiva, quella dei pali, delle sentinelle esterne, come emerso anche da altri colpi messi a segno in questi anni a Napoli. Analogie su cui conviene soffermarsi, anche perché è logico pensare che la Procura di Napoli stia facendo un ragionamento di ampio respiro.
I precedenti
Si vanno a recuperare fascicoli di casi simili al colpo messo a segno all’Arenella, alla luce di similitudini e possibili punti di contatto. C’è un episodio che conviene mettere a fuoco. È la ormai famigerata rapina messa a segno nella gioielleria Trucchi a Chiaia, nel lontano 2019. Ricordate il caso? Banda del buco in azione, commesse prese in ostaggio, minacce di scatenare una sorta di duello a fuoco con il poliziotto che aveva provato ad entrare nel locale. Non è tutto. Stando a quanto emerge dalla consultazione degli archivi, spiccano particolari similitudini tra il fattaccio avvenuto la scorsa settimana e un tentativo di rapina del 2022 a Roma. Agosto 2022, per la precisione. In quel caso, ci fu il crollo di un tunnel nel sottosuolo che impedì la realizzazione del colpo, rendendo necessario anche il soccorso di svariate ore di uno dei malviventi rimasto intrappolato. Vennero eseguiti cinque arresti, due dei quali notificati ad altrettanti napoletani finiti sotto processo e poi assolti a fine febbraio 2023 con la formula «il fatto non sussiste».
Due episodi - quello del 2019 e del 2022 - che in un certo senso hanno fatto scuola, su cui ora sono concentrate le indagini. In entrambi i casi, alcuni presunti componenti dei due gruppi entrati in azione sono tornati in libertà. C’è chi è stato assolto, chi ha scontato per intero una pena maturata con il rito abbreviato. Fatto sta che c’è chi, in via potenziale, potrebbe aver messo al servizio di altre gang la propria competenza tecnica, il proprio know how criminale. Intanto, sono diversi i tasselli da inserire all’interno della ricostruzione investigativa coordinata dalla Procura. Come la storia dell’auto usata per i tre rapinatori in tuta: è stata rubata alcuni anni fa a Teverola, poi è stata “camuffata” con due targhe, poste una sull’altra. Non è finita. C’è chi ha sigillato i tombini nelle adiacenze della filiale presa di mira (come pubblicato in questi giorni da Repubblica), per rendere più difficoltoso l’intervento delle forze dell’ordine una volta scoppiato l’allarme e per agevolare la fuga. Già, la fuga. È stato il geologo Gianluca Minin (intervistato ieri a Canale 9 dal giornalista Vincenzo Mele), a sottolineare un punto in particolare: «Per scappare i banditi hanno impiegato circa 40 minuti».
Rapina banca Vomero, ci sono analogie con un colpo fallito nel 2022 a Roma
Una fuga beffa, dopo la razzia delle cassette di sicurezza. Come è potuto accadere? Semplice: superato il cunicolo ausiliare, dove si deve procedere carponi, il tragitto nei sottoservizi può essere percorso a piedi. Camminando. Anzi: fuggendo via, potendo contare sulla piena sintonia di sentinelle (armati di radiotrasmittenti) mimetizzate nella folla dell’Arenella.