Un anno senza Papa Francesco, il pastore del popolo dolente
Il Mattino

Un anno senza Papa Francesco, il pastore del popolo dolente

Martedì 21 aprile 2026
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Sapeva che gli restava poco, e a quell'ultimo abbraccio di folla, in piazza San Pietro, nella domenica di Pasqua, non voleva e non poteva sottrarsi. Era quello, infine, il documento che senza...

Sapeva che gli restava poco, e a quell'ultimo abbraccio di folla, in piazza San Pietro, nella domenica di Pasqua, non voleva e non poteva sottrarsi. Era quello, infine, il documento che senza Bolle, chirografi o esercizi di dottrina, valeva come autentico sigillo a un pontificato che in quel passo d’addio tra il colonnato del Bernini, metteva in vista segni diventati a quel punto essenziali. La sedia a rotelle che ormai reggeva a stento il suo corpo malato, il viso gonfio e alterato, lo sguardo non assente ma già lontano. E su quel manto di sofferenza, la persistente generosità di un sorriso. Era tutto quello che gli restava per un commiato accolto quasi con lo stesso stupore di quel “buonasera”, il singolare incipit che 12 anni prima, nella stessa piazza, nessuno aspettava, per un pontificato che nessuno immaginava.

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Un anno senza Papa Francesco. E se viene subito in mente, con l’inizio, l’atto finale del pontificato, è perché si tratta dei poli in cui è racchiuso, in sintesi estrema, il racconto di tutto il resto. Vita e morte di un Papa al quale neppure il papato è riuscito a imporre tutte le sue regole. Quel “buonasera” così ordinario che certo strideva con la solennità della Loggia della Basilica- che s’apre solo davanti alla storia- era la prima misura di un altro metro di magistero, verificabile subito e dal vivo, con quella talare bianca, senza il tocco di colore e il simbolo della mozzetta, la stessa croce pettorale da cardinale, e la postura umile e quasi smarrita di un pontefice appena eletto che, a un tratto, chinò il capo per chiedere lui la benedizione dalla folla che lo acclamava.

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Poi l’audacia di quel nome, Francesco, senza il “primo” a seguire- si affrettarono a precisare i canonisti- perché mai a nessun papa era venuto in mente di iniziare una successione nel nome del poverello di Assisi. Umile, ma anche fortemente determinato, come apparve ancora più chiaro dai primissimi passi. Niente palazzo apostolico, e per residenza un piano a Santa Marta, l’albergo del Vaticano. L’utilitaria per gli spostamenti, quel “pregate per me”, alla fine di ogni incontro come un amen alla fine di ogni preghiera, e naturalmente la serie mai così lunga delle “prime volte”, a cominciare dal nome, ma poi primo papa gesuita e primo nella storia dell’America Latina. Senza contare un altro inedito, la “coabitazione” per nove anni con il papa emerito, Benedetto, amato e stimato, ma spesso strumentalizzato, senza colpe proprie, in funzione di anti-Bergoglio.

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Più di tutto, di Francesco cominciò a colpire il linguaggio, proprio un altro alfabeto, rispetto ai toni prudenti e paludati, ma anche a un ecclesialese di nicchia, diventato di largo uso. Si scoprì che per il papa argentino la prerogativa dei sacerdoti veri era quella di essere pastori con “l’odore delle pecore”. E che tutta la chiesa era chiamata ad essere “in uscita”, a lasciare le sacrestie e andare nelle strade incontro alla gente, pronta a venire incontro alle sue necessità. Una chiesa “ospedale da campo”, visto il panorama di rovine che i drammi vecchi e nuovi, a cominciare dai conflitti armati, continuano a lasciare sul terreno. Quando quattro mesi dopo l’elezione, l’otto luglio 2013, Francesco come primo viaggio fece rotta su Lampedusa, dove aveva fatto naufragio un gommone di migranti provenienti dall’Africa, fu chiaro tutto il corso di un pontificato, fino ad allora in bilico tra sorprese e stupore e comunque ancora largamente indecifrabile.

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Quel viaggio, simbolo estremo della tragedia delle migrazioni, ha spiegato col tempo anche quelli non compiuti, anzi evitati, nelle grandi città, soprattutto europee, dove non ha mai voluto mettere piede. Così come nel suo paese, l’Argentina, mentre non ha suscitato nessuna sorpresa la rivelazione uscita post-mortem del sogno impossibile di recarsi a Gaza. Il centro che si vede meglio dalle periferie – le pluricitate “periferie esistenziali”- non era soltanto uno slogan, bensì il punto-chiave di un magistero esercitato con il Vangelo alla mano. Prima fila ai poveri, agli scartati, a chi non conta. Ma accanto ai proclami, e prima di essi, i fatti: concreti e visibili, fino al limite, quando occorre, della provocazione o finanche dello scandalo. Se l’elemosineria del papa era stata negli anni solo un benemerito organismo di curia, ecco che, sotto la guida di un giovane cardinale, il polacco Krajewski, nominato “ad hoc”, con Bergoglio si trasforma in un “pronto soccorso” permanente di assistenza e carità tra le emergenze di un mondo in fiamme. Anche la diplomazia cambia corso.

È la mattina del 25 febbraio di quattro anni fa quando Francesco, con un gesto clamoroso e inedito, bussa alla porta dell’ambasciatore russo in Vaticano, nella vicina via della Conciliazione. È l’inizio di una intensissima pressione negoziale, culminata con l’invio a Kiev, Mosca, Washington e Pechino dell’inviato personale, il cardinale Matteo Zuppi. “Sui generis” nelle forme, e fonte di qualche imbarazzo quando proprio il papa parlò della NATO come “un cane che abbia alle porte della Russia”, fu definita la “diplomazia della misericordia”, sostenuta quasi ogni giorno da appelli, moniti e preghiere per porre fine a quella che appare tuttora, la frattura più grave in quella “guerra a pezzi” tante volte evocata e più volte richiamata dal successore, Leone XIV.

C’è stato chi tirando le somme, e ricordando anche i gesti più solenni, come la StatioOrbis nel deserto spettrale di Piazza San Pietro nel pieno dell’epidemia del Covid – una prova durissima anche per la stessa Chiesa – o l’apertura della Porta Santa per il Giubileo della Misericordia a Bangui, capitale della Repubblica del Centrafrica, il paese più derelitto del continente, ha parlato di “papa rivoluzionario”. È certo che Bergoglio non si sentiva di esserlo. Ma lui più di tutti ha potuto sperimentare che, al contatto con la fede semplice e popolare, che la chiesa aveva messo un po' a parte, è il Vangelo a sprigionare da solo la forza di un cambiamento assoluto e radicale. Così Bergoglio, anche da papa, ha voluto tener fede, lui per primo, a quella prerogativa di “pastore con l’odore delle pecore”.

Un Pastore vicino, accogliente, dedito a una forma di misericordia piena e totale, anche a costo di entrare in collisione con qualche dettato teologico, particolarmente in ambito di morale e di vita sessuale. Consapevolmente Francesco ha accettato anche questo: passare per un teologo non proprio raffinato, nonostante le quattro encicliche, due delle quali, la “Laudato sì” del 2015, e la “Fratelli tutti”, assunte come capisaldi e veri propri manifesti universali rispettivamente per la cura dell’ambiente e la fraternità e l’amicizia sociale. Senza contare l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, vera carta magna di tutto il pontificato.

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Più della teologia valeva la dimensione pastorale, la fede all’opera e al confronto diretto con la vita reale. E si spiega così anche la più forte delle obiezioni che gli sono state rivolte: aver lasciato aperti e incompiuti troppi fronti. Anche chi ha parlato di rivoluzione, ha corretto il tiro definendola “incompiuta”. Un anno è tempo ancora troppo breve per bilanci di questa portata. È abbastanza però per capire quale grande figura di papa abbia attraversato un’epoca così complessa e tormentata. Papa Francesco è stato, prima di tutto, un grande abbraccio a un’umanità ferita.

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