Rapina in banca a Napoli, l'ex rapinatore: «Attendere l?arrivo del Gis? Un regalo per i malviventi»
«Il colpo al Credit Agricole? Che errore regalare ai banditi quelle due ore in attesa dell?arrivo dei Gis...». Parola di Francesco Ghelardini, uno che di colpi in banca se ne...
«Il colpo al Credit Agricole? Che errore regalare ai banditi quelle due ore in attesa dell’arrivo dei Gis...». Parola di Francesco Ghelardini, uno che di colpi in banca se ne intende talmente tanto da aver scontato 21 anni della propria vita in carcere. A 60 anni suonati l’uomo che conobbe e lavorò con la famigerata “Banda della Comasina” - fianco a fianco con personaggi del calibro di Renato Vallanzasca, Tino Stefanini e con la vera mente del gruppo, Antonio Golia detto “Il Pinella” - ha chiuso i conti con il suo turbolento passato ed oggi lavora a Pisa nel campo dell’assistenza sanitaria. Oltre una ventina di clamorose rapine, «senza mai aver esploso un colpo di pistola». Saldati i conti con la giustizia, oggi per lui è arrivata la redenzione.
APPROFONDIMENTI «Solo 40 minuti per la fuga»
Che idea si è fatto del colpo al Credit Agricole?
«Mi ha stupito lo stupore di tanti».
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Cioè?
«I napoletani sanno che esistono due città, quella di sopra e quella sotterranea. Non a caso la “banda del buco” nasce a Napoli, dove i rapinatori conoscono i condotti fognari a menadito».
Quanto tempo secondo lei hanno impiegato i malviventi a pianificare tutto?
«Il tempo è stato molto lungo, non tanto per la preparazione dello scavo, 12 metri si fanno abbastanza velocemente, forse anche in meno di una settimana. In questi casi più si entra ed esce nel sottosuolo e più rischi si corrono di essere scoperti. La pianificazione per individuare il punto esatto dal quale entrare in banca dal sottosuolo è stata invece più lunga, forse è durata anche qualche mese».
Ora si dà la caccia non solo ai banditi, ma anche ad un presunto basista, forse anche interno all’istituto di credito.
«Il basista è collocabile più su una rapina ai portavalori. Lì è fondamentale. In banca quasi non serve. È capitato molte volte anche a me: nel caso di un colpo nel caveau basta mandare molti mesi prima una persona incensurata che chiede una cassetta di sicurezza. Lì vedrà tutto e sarà in grado di spifferare nei dettagli lo stato dei luoghi con dovizia di particolari. D’altronde, se ci sono le cassette di sicurezza, allora c’è anche il caveau».
Ma com’è possibile arrivare dritti al punto giusto dove praticare il foro nel pavimento?
«Basta procurarsi la planimetria della banca».
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E come si fa? Mica è una cosa tanto semplice?
«La criminalità strutturata, come quella organizzata, impiega un attimo a procurarsi le carte: basta un aggancio giusto al catasto. Non ci vuole niente. Il difficile è altro...».
Quale?
È sapere dove esattamente bucare il pavimento. E qui subentra il falso cliente che ha visionato e memorizzato i luoghi. Nel caso del Credit Agricole posso immaginare che i tre che sono entrati dall’accesso principale, dopo aver bloccato le porte e i presenti, abbiano comunicato con i complici con walkie talkie o cellulari usa e getta, dando il via libera. Ma i banditi in questo caso ne sapevano una più del diavolo».
In che senso?
«Quell’Alfetta con la quale sono arrivati è stata lo specchietto per le allodole. I vigili del fuoco hanno impiegato mezz’ora per aprirla: ma davvero qualcuno credeva che i rapinatori sarebbero usciti con il bottino dalla porta principale? Il diversivo ha funzionato».
E arriviamo alla liberazione degli ostaggi, e all’attesa - durata oltre due ore - dei Gis.
«Un vantaggio per i banditi. Nel momento in cui gli ostaggi sono liberati, chi può mai pensare che i malviventi li hanno lasciati andare, sapendo che quella per loro è la più importante garanzia? Roba da non credere, eppure è andata così. Con gli ostaggi ancora dentro, si sarebbe dovuto puntare subito al sistema fognario e piantonare i tombini nell’arco circolare di almeno un chilometro. Due ore di attesa sono state un fallimento logistico per le forze dell’ordine».