Biagio de Giovanni, addio al filosofo prestato alla politica
Il Mattino

Biagio de Giovanni, addio al filosofo prestato alla politica

Giovedì 23 aprile 2026
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«Io che origlio alle porte della Filosofia», disse una volta di sé Biagio De Giovanni. Ora che a Napoli si celebra la sua scomparsa a pochi mesi dal compimento dei 95 anni...

«Io che origlio alle porte della Filosofia», disse una volta di sé Biagio De Giovanni. Ora che a Napoli si celebra la sua scomparsa a pochi mesi dal compimento dei 95 anni – oggi alle 16 si aprirà la camera ardente nella Sala dei baroni del Maschio Angioino, dove alle 17 alle 18 si terrà la cerimonia funebre – e si prova a ripercorrere il suo itinerario di pensiero, torna alla mente quell’eccesso di modestia da collocare nella cornice della dimensione umana. E se nella lezione magistrale con la quale nel 2016 aprì l’anno accademico all’Istituto per gli studi storici a Napoli problematizzò la sua vocazione naturale alla teoresi, in ognuno dei suoi saggi appare evidente l’impegno ad affermare la priorità della Filosofia: la malattia del pensiero, lui la definiva citando Croce, che proprio nei momenti di crisi generale «diviene necessaria perché necessaria diviene una rifondazione delle cose». Provando a riorganizzare le forme della vita comunitaria, a delineare una possibilità di recupero delle istituzioni nella sequenza appresa dalla lezione di Hegel: della famiglia, della società, del partito e dello Stato. Guardando in avanti e ingaggiando una continua e spesso eterodossa Disputa sul divenire, come indica il titolo del suo lavoro del 2013 su Giovanni Gentile ed Emanuele Severino.

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Per queste ragioni De Giovanni è stato e resta un filosofo nell’autenticità profonda del significato. La sua storia è storia filosofica, fino all’ultimo suo lavoro, La filosofia e i totalitarismi tra XIX e XX secolo, pubblicata dall’Editoriale scientifica nell’immediata vigilia della morte, per molti versi il suo testamento civile, non a caso chiuse dal congedo dedicato al maestro Angelo Ermanno Cammarata. In queste pagine si riscontra il segno del suo «statuto morale e intellettuale», con le parole di Francesco Paolo Casavola. La sua cifra.

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De Giovanni avrebbe compiuto 95 anni il prossimo 21 dicembre. Era nato a Napoli, ma le sue radici sono irpine, la famiglia è originaria di Montoro e finché le condizioni glielo hanno consentito trascorreva settimane estive nella frescura del palazzo nel borgo di Avetrana. A Napoli aveva vissuto una giovinezza di fuochi monarchici, partecipando l’11 giugno 1946 ai tumulti di via Medina. «Già leggevo Hegel», avrebbe rievocato, «ero monarchico perché credevo all’unità dello Stato. Scappai quando la situazione s’incanaglì». Il padre penalista lo voleva avvocato e lui per compromesso si iscrisse alla facolta di Giurisprudenza della Federico II, ma laureandosi in Filosofia del diritto con una tesi su Vico. Relatore Pietro Piovani, il quale si trasferì a Trieste e lasciò la cattedra a Cammarata, brillante allievo di Gentile da cui si era staccato dopo il manifesto degli intellettuali fascisti del 1925. De Giovanni ne divenne assistente. «Qualche volta i filosofi peccano di astrattezza. Il laureato in Giurisprudenza, rispetto al puro filosofo, ha in testa la polis», confessò a Massimo Adinolfi raccontandosi su «Il Mattino», per cui ha scritto a lungo come collaboratore d’eccellenza, in occasione della sua nomina nell’Accademia dei Lincei nel 2017.

Intorno a questa concezione del Diritto, De Giovanni prese a costruire la sua costellazione intellettuale, presto «figlio degenere» di Hegel. Il primo incarico di docente di Dottrine politiche, a 28 anni, lo portò a Bari, tappa decisiva per i rapporti intessuti con Beppe Vacca – il suo primo allievo -, Arcangelo Leone De Castris, Franco De Felice e gli altri protagonisti della cosiddetta «ecole barisienne» nella casa editrice De Donato. Qui prese consistenza il suo impegno politico, traguardò il ’68 e con Hegel e il tempo storico della società borghese e La teoria politica delle classi nel Capitale si affermò come riferimento nella scena intellettuale italiana. Da Bari passò a Salerno, stabilì uno straordinario sodalizio filosofico e umano con Roberto Racinaro. Solido amico di Giorgio Napolitano aderì al Pci, «un partito comunista senza paragoni nel resto dell’Europa», prese a partecipare all’attività dell’Istituto Gramsci assieme a Nicola Badaloni, Cesare Luporini, Franco Ferri.

Ritornò a Napoli, docente di Dottrine politiche e titolare della cattedra Jean Monnet di Storia e politica dell’integrazione europea all’Orientale. Dal 1981 al 1986 diresse la rivista «Il Centauro», fertile laboratorio di filosofia e teoria politica che aveva per collaboratori Angelo Bolaffi, Massimo Cacciari, Umberto Curi, Roberto Esposito, Giacomo Marramao. Dal 1987 al 1989 fu rettore dell’Orientale. L’anno del Muro costituì una svolta: pubblicò La nottola di Minerva: PCI e nuovo riformismo e caricò l’eresia di quel testo con un articolo uscito sulla prima pagina de «l’Unità», titolo «C’era una volta Togliatti».

«Successe l’ira di Dio», come De Giovanni rammentava. Lo riprese il «Washington Post», mille reazioni, Alessandro Natta e Giancarlo Pajetta eufemisticamente non ci rimasero bene e sei mesi dopo lui fu cancellato dalla direzione del Pci. Nel 1990 rincarò con Dopo il comunismo, edito da Cronopio, e intanto l’elezione al Parlamento europeo – prima volta con il Pci, nel 1994 con il Pds – fu interpreta nei termini dell’allontanamento. De Giovanni, invece, colse l’opportunità per approfondire conoscenza e studi su quanto si registrava nel continente dopo l’89, prese a confrontarsi con Ciriaco De Mita, la sua inquietudine politica si espresse nel tentativo di alimentare un’espressione riformista della sinistra che sfocerà nell’adesione al riformismo laico de La Rosa nel Pugno di Pannella, Bonino e Boselli. In seguito si sarebbe iscritto al Pd di Matteo Renzi.

Sempre e comunque lo studio e l’analisi. Coltivava, insieme, la passione per l’arte, innanzitutto il ‘600 napoletano, si è rammaricato fino alla fine di essersi lasciato sfuggire un prezioso Caravaggio e un San Sebastiano morente di Antonio De Bellis il regalo per gli 80 anni. Quindi il Napoli, da pessima ala sinistra in gioventù a tifoso attento e partecipe commentatore delle gesta degli azzurri di Maradona, Mazzarri, Sarri, Conte. L’Europa dei sovranismi e dei populismi lo preoccupava, la democrazia dilaniata lo allarmava, il Sud dimenticato lo rattristava, la Babele mondiale lo incuriosiva. Nella filosofia continuava a vedere un margine di salvezza.

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