Imbianchino ucciso ad Arzano, il clan: «Quel killer deve morire»
Il Mattino

Imbianchino ucciso ad Arzano, il clan: «Quel killer deve morire»

Sabato 25 aprile 2026
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Sono passate solo poche ore dopo l?omicidio di un imbianchino incensurato, una persona estranea ai clan colpita a morte per una svista dei killer, che i due cartelli si ricompattano. Da un...

Sono passate solo poche ore dopo l’omicidio di un imbianchino incensurato, una persona estranea ai clan colpita a morte per una svista dei killer, che i due cartelli si ricompattano. Da un lato, c’è chi organizza la risposta, consapevoli del fatto che l’imbianchino è stato ucciso per errore, al posto del loro capo; dall’altro, c’è chi medita una nuova strategia: il clan che ha mandato un killer frettoloso e incapace ad uccidere (fallendo) il boss rivale non si perde d’animo. E organizza la più antica strategia in tempi di guerra: manda uno dei propri affiliati dall’altra parte, «come un cavallo di Troia». Eccoli i due schieramenti all’indomani dell’omicidio di Rosario Coppola, lo scorso 4 febbraio ad Arzano. Sono passate poche ore dal delitto che i due clan che si fronteggiano all’ombra del rione 167 di Arzano non stanno fermi. Da un lato quelli del gruppo di Davide Pescatore, indicato dagli inquirenti come vittima designata; dall’altro quelli di Salvatore Romano, presunto mandante dell’omicidio, che ora ha il problema di ricollocare il suo killer poco attento. Come vanno a finire le cose lo sappiamo. Pochi giorni dopo il delitto di un innocente, viene ucciso Salvatore Lupoli, da tutti considerato come quello che ha sbagliato a premere il grilletto. Quelli che hanno subito (senza danni) il primo agguato (culminato nella morte di Rosario Coppola) hanno agito per primi.

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Le microspie 

E si era capito subito, anche alla luce di alcune intercettazioni raccolte nel corso dell’inchiesta condotta dai pm Cristina Curatoli e Daniela Varone, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Sergio Amato. Andiamo a leggere cosa accade subito dopo l’errore di Lupoli. Siamo nel bunker del gruppo che ha capito di aver subìto un raid. Parla Antonio Caiazza, che si rivolge al proprio presunto complice Pietrangelo Leotta, forti della consapevolezza che il vero obiettivo fosse Davide Pescatore. È così che Caiazza spiega al presunto complice che «quello doveva essere ammazzato prima ancora di essere arrestato». E ancora, pensando ai loro rivali: «Staranno ancora pieni di ansia chiusi in una casa... li dobbiamo acchiappare prima noi che le guardie, quel signore (riferendosi a Lupoli) non deve proprio andare carcerato, deve rimanere quieto fuori, si deve addormentare quieto e non deve mai più svegliarsi...».

Le pistole 

Ed è nell’ambito di queste conversazioni, che Caiazza trova il tempo anche per tranquillizzare moglie e suocera. Ecco la strategia: «Abbiamo disposto macchine e motorini, ci sono già sei o sette con le pistolone e altri cominciano ora, ti faccio vedere come scompaiono tutti quanti...». Parole che raccontano una sorta di scenario di guerra, che puntualmente culmina di lì a qualche giorno nell’omicidio dello stesso Salvatore Lupoli. Doverosa una precisazione: sull’omicidio Lupoli non ci sono ancora soggetti sotto accusa, ma è ovvio che i sospetti ricadono sul gruppo del sopravvissuto Pescatore. Una svista fatale - raccontano gli accertamenti dei carabinieri - dal momento che il malcapitato imbianchino sarebbe stato ucciso solo perché era in un’auto - una Smart bianca - molto simile a quella utilizzata da Pescatore.

L’autogol 

Ma in che cosa consiste la strategia dell’altro gruppo, quello che deve rimediare all’errore di Lupoli? Stando a quanto emerso, sembra che il gruppo di Romano abbia provato a usare la tecnica del cavallo di Troia, inducendo un altro affiliato a stabilire rapporti con la controparte, magari nel tentativo di fingersi dissociato rispetto allo stesso clan. Sentiamo le parole sotto intercettazione. Dice Armando: «Devo andare nella squadra loro e devo fare autorete». Metafora calcistica, che per il gip Nigro è la riproposizione della strategia del Cavallo di Troia. Una strategia che spinge comunque la Procura di Napoli ad accelerare e a firmare undici fermi.

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