Napoli, l'ombra della Blackout Challenge: «Sfide al limite per cercare un senso che manca altrove»
Il nome è "Blackout Challenge", una pratica pericolosa che arriva dagli Stati Uniti e che consiste nel provocarsi uno svenimento tramite soffocamento. Un gioco estremo che ha...
Il nome è "Blackout Challenge", una pratica pericolosa che arriva dagli Stati Uniti e che consiste nel provocarsi uno svenimento tramite soffocamento. Un gioco estremo che ha già lasciato scie di dolore oltreoceano — come nel 2021, quando la morte di due ragazzine portò i genitori a intentare una causa contro TikTok — e che ora sembra ritornare prepotentemente nelle scuole napoletane. L’ultima segnalazione arriva da una scuola media della città: a far scattare l’allarme è stata dapprima la segnalazione di una professoressa che ha assistito alla pratica in classe e poi la preoccupazione di genitori che hanno a loro volta segnalato ai dirigenti scolastici il problema, insospettiti da alcuni segni sul corpo del figlio. A preoccupare è, da un alto l'incoscienza dei ragazzini che praticano challenge pericolose senza neppure nascondersi, ma anzi in classe, dall'alto la sensazione di impotenza degli adulti, che parimenti spesso non hanno a loro volta la percezione di ciò che accade ai loro fogli e di certo mancano strumenti adatti ad affrontare queste situazioni.
Il coinvolgimento di ragazzini appena tredicenni solleva interrogativi profondi sulla sicurezza digitale e sul disagio giovanile. Ne abbiamo parlato con Giacomo Di Gennaro, professore di Sociologia del diritto e della devianza, all'Università Federico II di Napoli, per capire cosa spinga i ragazzi verso il baratro di una sfida social.
Professor Di Gennaro, cosa rende questi fenomeni così ciclici e capaci di riemergere periodicamente anche nel contesto italiano? «È difficile dire se siano ciclici i fenomeni o lo sia l'attenzione dei media, perché è l'evento che colpisce, quando non scivola in un fatto tragico. Ritengo che, essendo fenomeni con proprietà specifiche, siano latenti ma permanenti: forme espressive di un ampio corollario di "sfide" alla razionalità.»
La recente segnalazione a Napoli evidenzia un abbassamento dell'età dei partecipanti. Quali fattori stanno contribuendo a questa anticipazione dei comportamenti a rischio? «Se ci pensiamo, ogni epoca ha espresso il proprio repertorio di comportamenti ad alto rischio. Nei primi decenni della Chicago di inizio '900 i ragazzini si rincorrevano saltando tra carretti e cavalli. E che dire dei nostri "scugnizzi" appesi agli estremi dei tram negli anni '50 e '60? O dei tuffi dagli scogli ancora oggi in piena estate? Alcuni fenomeni estremi sono diventati "sport": si compete acquisendo skills estremi e dando prova di coraggio e sfida del limite. Esiste una correlazione forte tra l’aumento dei comportamenti razionali in un dato tempo e l’aumento delle forme espressive di comportamenti "autodistruttivi".»
Perché sono quasi sempre i maschi a partecipare a queste prove estreme? «Le proprietà cui i ragazzi ricorrono per farsi apprezzare o essere riconosciuti sono molto incentrate sulla potenza, la forza e il coraggio maschile, canoni che tra l'altro nella cultura femminile sono tra i più ricercati, specie dalle ragazzine. È dopo i 17-18 anni che si avverte il bisogno di incrementare l'estetica e la cura del corpo, come dimostra l'uso della palestra. Per le ragazze il costrutto viaggia su altri binari: si parte dal bisogno di essere belle e competere su quel terreno, per arrivare all'autonomia basata sull'autodeterminazione.»
Quale ruolo devono avere scuola, famiglia e piattaforme? Ha senso punire i ragazzi? «Scuola e famiglie non ottengono molto punendo se non affrontano le ragioni profonde di questi agiti. Un atteggiamento più empatico dell'adulto ottiene risultati migliori. La diffusione capillare del digitale favorisce l'imitazione, che è una delle leggi del sociale. Ritengo utile una regolazione all'uso del cellulare, ma deve essere accompagnata da una "pedagogia digitale" che trasmetta l'ambivalenza della tecnologia: utile da un lato, rischiosa dall'altro. Non punire ma regolare; non vietare ma educare ai rischi spesso ignoti.»
C’è il rischio che l’attenzione mediatica alimenti il fenomeno? Come raccontarlo correttamente? «La contemporaneità è gravida di rischi più delle società precedenti. Raccontare le challenge come espressioni di irrazionalità o follia non giova. Narrarle come forme espressive di una sfida del limite, cercata perché si è esploratori di un senso della vita non trovato in altre dimensioni, può aiutare i giovani a essere esploratori più responsabili, per sé e per gli altri.»