Attentato a Trump, la missione di Cole Tomas Allen: il viaggio di 60 ore in treno, il check-in (regolare) in hotel
Sentire un rumore e non capire da dove arriva. Senti ma non vedi. Poco dopo le 20.30 di sabato all'interno della sala dei ricevimenti del Washington Hilton centinaia di corrispondenti alla...
Sentire un rumore e non capire da dove arriva. Senti ma non vedi. Poco dopo le 20.30 di sabato all'interno della sala dei ricevimenti del Washington Hiltoncentinaia di corrispondenti alla Casa Bianca, insieme a Donald Trump e decine di altri politici dell'amministrazione hanno avuto la stessa reazione: tre colpi secchi. Forse un malore? Qualcuno è caduto? Ma dove? E ancora, potrebbe essere una bomba. L'immagine di pochi secondi si è trasformata in movimento. Il presidente viene portato verso terra dal Secret Service, che poi lo rialza di peso e lo circonda portandolo fuori dalla stanza. Gli agenti chiedono a tutti di abbassarsi, «down, down», di andare sotto i tavoli, prima di evacuare i politici. I bicchieri e i piatti cadono a terra mentre i poliziotti armati come dei militari cercano di mettere in sicurezza la stanza. Tutto quel rumore, tutta quella confusione senza una fonte ben definita arriva dall'esterno della ballroom, ma nessuno dentro poteva saperlo. A pochi metri infatti Cole Tomas Allen, insegnante part time e programmatore di 31 anni di Torrance, in California, aveva appena sparato contro un checkpoint che divideva Trump, i corrispondenti e le sei principali cariche del governo americano dalla parte dell'hotel aperta a tutti.
Donald contro intervistatrice: non sono pedofilo
Quel riflesso automatico delle teorie sul complotto
Il flop della sicurezza
Donald: non ho avuto paura. È un mondo di matti
Il tycoon: «È per questo che serve la ballroom»Video
Il presidente: «Attentato? Vincerò lo stesso in Iran»Caos tra i tavoli dei giornalisti
La corsa
Allen ha cercato di entrare nella sala, correndo per 200 metri e provando a superare l'ultimo e unico punto di controllo, sparando e colpendo un agente. Lo hanno fermato prima che entrasse, mettendolo a terra e disarmandolo, dopo che era riuscito ad arrivare alle scale che lo avrebbero condotto dentro. Le immagini lo mostrano a petto nudo, a pancia in giù contro la moquette dell'albergo. Il suo piano era iniziato molto prima: come ha detto l'attuale procuratore generale, Todd Blanche, Allen voleva colpire un membro dell'amministrazione. Per portare a termine la sua missione (in teoria suicida, infatti non aveva un piano di uscita) aveva viaggiato in treno da Los Angeles a Chicago e poi giù fino a Washington, per evitare controlli e metal detector che gli avrebbero reso impossibile portare le armi: in tutto un viaggio di quasi tre giorni, oltre sessanta ore di treno. Aveva prenotato una camera all'interno dell'hotel, un semicerchio grigio di cemento, costruito nel 1965 in puro stile brutalista. L'attentatore sperava che una volta dentro avrebbe potuto accedere alla stanza della cena: secondo le prime analisi Allen era riuscito a fare il check-in senza alcuna richiesta o controllo, nonostante pochi giorni dopo ci sarebbero stati i più importanti membri dell'amministrazione.
Poco dopo le 21, Trump ha scritto su Truth che le forze dell'ordine avevano reagito con rapidità e che il sospettato era stato arrestato. Ha aggiunto che l'evento poteva continuare. All'inizio, infatti, i giornalisti rimasti all'interno della sala avevano creduto la stessa cosa. I camerieri a un certo punto hanno cominciato a mettere acqua nei bicchieri come se la cena potesse riprendere. Venti minuti dopo, un secondo post: le autorità gli avevano chiesto di lasciare la sede. L'evento sarebbe stato riprogrammato entro trenta giorni. Poi verso le 22.30 Trump è apparso davanti ai giornalisti nella sala stampa della Casa Bianca ancora in abito da sera, il papillon al collo, con il direttore dell'Fbi, Cash Patel, il procuratore generale e il vicepresidente J.D. Vance. «Viviamo in un Paese diviso. Questa cosa ci ha unito. È stato così bello», ha detto Trump. Secondo Donald, Allen - che comparirà in tribunale nelle prossime ore - è «una persona malata» che «odia i cristiani» e soprattutto «un lupo solitario». E il presidente ha anche cercato di dare una spiegazione all'assenza di controlli più rigorosi, presentando come soluzione la sala da ballo che vuole costruire nell'ala est della Casa Bianca: «Nella mia sala da ballo alla Casa Bianca con il livello di sicurezza che avremo non sarebbe mai successo», ha ripetuto Trump in varie interviste, cercando di sostenere un progetto molto criticato che prevede anche un bunker sotterraneo.
L'albergo
Dal 1965, anno della sua costruzione, il Washington Hilton è stato la sede della cena dei corrispondenti alla Casa Bianca, un evento al quale Trump non ha mai partecipato da presidente: l'aveva saltato quattro volte di fila nel corso del primo mandato e non si era presentato l'anno scorso, aumentando le tensioni con i giornalisti e con la White House Correspondents' Association, l'associazione dei giornalisti che seguono il presidente alla Casa Bianca fondata a Washington nel 1914. Prima di quest'anno Trump aveva partecipato due volte alla cena, invitato nel 2011 dal Washington Post e nel 2015 da Fox News. Ed è proprio all'evento del 2011 che «pensò davvero che fosse arrivato il momento di candidarsi», sostiene Robert Stone, confidente di Trump e stratega repubblicano. Durante la cena infatti Obama, allora presidente, aveva risposto a Trump, che per mesi aveva amplificato in televisione la teoria del complotto secondo cui il primo presidente afroamericano non sarebbe nato negli Stati Uniti e quindi non avrebbe potuto candidarsi alla guida del Paese: «Abbiamo Donald Trump qui con noi. E se dovesse diventare presidente trasformerebbe la Casa Bianca da una dimora solenne a un casinò pacchiano, con una vasca idromassaggio in giardino».