Sud, tesoretto dopo il Pnrr: ma serve una spesa sprint
Il Mattino

Sud, tesoretto dopo il Pnrr: ma serve una spesa sprint

Martedì 28 aprile 2026
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La buona notizia è che, finita la lunga stagione del Pnrr, al Mezzogiorno non mancheranno le risorse per continuare a crescere. Nel Documento di Finanza Pubblica, approvato dal governo e...

La buona notizia è che, finita la lunga stagione del Pnrr, al Mezzogiorno non mancheranno le risorse per continuare a crescere. Nel Documento di Finanza Pubblica, approvato dal governo e inviato a Bruxelles, c’è un capitolo ad hoc destinato proprio alle politiche di coesione, una dote destinata per almeno l’80% alle aree del Mezzogiorno. E non si tratta di cifre di poco conto: fra il 2025 e il 2029, solo per quanto riguarda il Fondo di Sviluppo e Coesione, sono sul tavolo oltre 52 miliardi di euro.

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A cui aggiungere i 42,6 miliardi di euro dei fondi strutturali che, considerando anche il cofinanziamento nazionale, portano il valore complessivo dei programmi della politica di coesione del ciclo 2021-2027 a quota 73,9 miliardi di euro, un livello rivisto al ribasso rispetto alla dotazione iniziale di 75 miliardi, dopo le riprogrammazioni decise dal governo l’anno scorso. In tutto, insomma, una dote di 127 miliardi di euro da qui al 2029, superiore anche alla quota del 40% dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza destinata per legge alle regioni meridionali.

Le risorse

Il problema, casomai, è non solo accelerare nella spesa ma utilizzare al meglio le risorse a disposizione. Sarà una delle missione del nuovo dipartimento per il Sud guidato da Giosy Romano e fortemente voluto dalla premier, Giorgia Meloni. Il Documento di Finanza Pubblica non solo fa chiarezza sulle risorse effettivamente in cassa e disponibili a essere utilizzate, ma precisa anche il timing della disponibilità, fissando precisi limiti di spesa anche per tenere conto dei vincoli del Patto di stabilità europeo.

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Resta il fatto che, come si legge nel Documento, «il Fondo per lo sviluppo e la coesione, congiuntamente ai Fondi strutturali europei, rappresenta lo strumento finanziario principale del bilancio statale attraverso cui vengono attuate le politiche per lo sviluppo della coesione economica, sociale e territoriale e la rimozione degli squilibri economici e sociali». Lo strumento chiave per evitare che, dopo il Pnrr, ci possa essere una strozzatura nel flusso delle risorse destinate al Mezzogiorno.

In particolare, per il periodo 2026-2029, gli stanziamenti del Fondo per lo Sviluppo iscritti in bilancio ammontano a 37,383 miliardi di euro, interamente riferiti alla programmazione 2021-2027. Di questi, 8,5 miliardi sono destinati a coprire il 2026, 11 miliardi sono stanziati per il 2027 e i restanti 17 miliardi divisi, quasi fifty fifty, per i due anni successivi. Soldi in gran parte già impegnati: le disponibilità ancora da programmare si attestano sui 6,8 miliardi.

L’Europa

Ancora più consistente il pacchetto di risorse coperto dai Fondi strutturali europei. Le risorse stanziate sul bilancio dell’Unione europea per l’Italia ammontano a 42,697 miliardi di euro che lievitano fino a quota 74 miliardi considerando anche le risorse del cofinanziamento nazionale (secondo la regola che, per ogni euro investito da Bruxelles, ce n’è almeno un altro che deve essere a carico del Paese membro). Nel corso del 2025 si sono concluse le riprogrammazioni relative a sette programmi, approvate formalmente dalla Commissione europea, per un valore complessivo superiore a 2,1 miliardi di euro. Fra questi, di particolare rilievo quello destinato alle politiche della casa, per contrastare l’emergenza abitativa, e quelli per gli interventi contro il dissesto idrico e i cambiamenti climatici. Il problema, neanche a dirlo, resta quello dell’attuazione degli interventi. Al 31 dicembre 2025, si legge nel Documento di Finanza Pubblica, «lo stato di avanzamento dei programmi della politica di coesione 2021-2027 risulta pari al 38,15% in termini di impegni e al 14,76% in termini di pagamenti. Gli importi comprendono sia la quota europea sia la quota nazionale».

Tra gli strumenti europei di maggiore rilievo destinati alla crescita del Mezzogiorno rientra il Fondo per una transizione giusta, che sostiene i territori maggiormente esposti agli effetti economici e sociali della transizione climatica, con l’obiettivo di accompagnare la trasformazione industriale verso la neutralità climatica entro il 2050. In Italia il Programma nazionale si concentra su due aree particolarmente fragili: Taranto e il Sulcis.

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Complessivamente sono coinvolti 52 comuni e viene interessato un bacino potenziale di circa 700mila persone. La dotazione complessiva è pari a 1,211 miliardi di euro, di cui 1,029 miliardi di euro di quota Ue, pari all’85%, e 181,69 milioni di euro di cofinanziamento nazionale, pari al 15%. La governance è affidata alla Presidenza del Consiglio dei ministri, mentre le attività attuative territoriali spettano alla Regione Sardegna e alla Regione Puglia, in qualità di organismi intermedi. Anche qui le brutte notizie arrivano, però, dal fronte dell’attuazione: al 31 dicembre 2025, l’avanzamento finanziario è al 5,77% per gli impegni e al 2,11% per i pagamenti.

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