San Giuseppe Vesuviano, festa con sindaco e giunta: «C?erano i figli dei boss»
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A San Giuseppe Vesuviano, che un tempo era la capitale del commercio, il centro dal quale passava l’economia del tessile e dell’abbigliamento di mezzo mondo e oggi invece fa i conti con l’immigrazione selvaggia e migliaia di case da condonare, i corvi sono sempre all’opera. Da quando si è insediato il sindaco Michele Sepe (amministrazione di centrosinistra con forte presenza del Pd) le lettere anonime sono state centinaia. Alcune di poco conto, altre decisamente più rilevanti.
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L’ultima, però, ha provocato uno scossone che sta facendo discutere molto: racconta di una festa di compleanno alla quale avrebbero partecipato il primo cittadino, la giunta, i consiglieri e anche alcuni figli di esponenti della malavita locale. Tutti insieme, più o meno appassionatamente. La festa di un parente del vicesindaco, Antonio Borriello, anch’egli democrat. Che però subito chiarisce: «Vado in Procura a denunciare tutto, su questa vicenda voglio chiarezza». Intanto, il sindaco Michele Sepe spiega: «Mi fido ciecamente del mio vicesindaco, lo stimo e lo apprezzo. Ma se davvero a quella festa c’erano figli di camorristi sarebbe gravissimo».
Le ombre
E così San Giuseppe Vesuviano rischia di mettersi sulla scia di Torre Annunziata e Castellammare di Stabia: tante ombre, sospetti di contiguità tra politica e malavita, polemiche infinite. Sia chiaro, a San Giuseppe non ci sono indagini in corso e tanto meno si parla delle commissioni d’accesso, che invece hanno lavorato a Torre e Castellammare. Non c’è un sindaco dimissionario, come avvenuto a Torre Annunziata con Cuccurullo che ha deciso di lasciare dopo le parole del procuratore Fragliasso. Qui siamo nel campo delle chiacchiere e, forse, delle illazioni.
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Intanto, però, l’incendio è divampato. Tutta colpa di una lettera mandata a sindaco, assessori e consiglieri comunali, al prefetto, a polizia e carabinieri, al vicepresidente della Regione Mario Casillo, al segretario metropolitano del Pd Francesco Dinacci e finanche ai vertici dell’azienda dove lavora Borriello. Viene raccontata una festa, tenutasi a Napoli, per il compleanno di un parente del vicesindaco. C’era la politica, ma c’erano pure i figli di noti rappresentanti dei clan locali, appartenenti alla storica cosca dei Fabbrocino. «Non ci credete?», scrive il corvo, «Ecco i numeri di telefono di tutti, controllate le celle telefoniche e scoprirete che quella sera erano tutti insieme».
È doveroso sottolineare che nessuno dei rampolli di camorristi citati ha problemi con la giustizia. Si tratta di giovani che con ogni evidenza non hanno seguito le orme dei padri e oggi sono impegnati nel commercio o nelle professioni. Insomma, sono liberi di partecipare a tutte le feste che vogliono proprio come sono liberi di farlo gli amministratori sangiuseppesi. Ciò non impedisce, però, al sindaco di esprimere la sua preoccupazione.
Le reazioni
Raggiunto al telefono, Michele Sepe ragiona: «Ho partecipato alla festa senza sapere chi fossero gli invitati, se davvero c’erano quelle persone sarebbe gravissimo». Ma aggiunge: «Io ho stima e rispetto per il vicesindaco Borriello: amministra benissimo, lo considero un valido assessore, lo apprezzo e gli sono amico. Tuttavia non escludo la necessità che il partito faccia una riflessione». Sepe, insomma, esibisce cautela e chiede un intervento dei vertici del Pd, con i quali avrebbe già preso contatti.
Chi va dritto in Procura è Antonio Borriello, invece, che annuncia querele: «Lo faccio per difendere la mia onorabilità e quella della mia famiglia. Siamo dinanzi a molto più che una semplice lettera anonima, è mio diritto pretendere chiarezza e mi auguro che la magistratura lo faccia».
È appena il caso di ricordare che proprio a San Giuseppe Vesuviano lo scorso mese di ottobre un altro documento, sempre anonimo, provocò un terremoto: era un manifesto funebre con la foto di Sepe e la scritta: «Il sindaco muore se non si dimette entro 5 giorni». Fu infilato sotto la porta di un ufficio del palazzo comunale, da una mano mai identificata. Una minaccia in piena regola. A questo episodio vanno aggiunte le altre lettere anonime: sul Puc, su abusi edilizi, su vicende personali. Una caterva. Pane e veleno tutti i giorni: una serie di attacchi sistematici iniziata due anni fa, quando Sepe si è insediato, dopo due anni di commissariamento per infiltrazioni della camorra, che ora ha avuto il suo culmine nel racconto della festa della discordia.