Il libro di Gabriel Zuchtriegel: «Pompei, eros e morte: l?apocalisse senza dei»
Il Mattino

Il libro di Gabriel Zuchtriegel: «Pompei, eros e morte: l?apocalisse senza dei»

Mercoledì 20 maggio 2026
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La più grande sciagura del mondo antico. Un?apocalisse. In migliaia scappano, cercano rifugio, sperano nella salvezza. E pregano. Forse. Perché in quel momento, sotto la...

La più grande sciagura del mondo antico. Un’apocalisse. In migliaia scappano, cercano rifugio, sperano nella salvezza. E pregano. Forse. Perché in quel momento, sotto la pioggia di lapilli, sopra la terra che trema, davanti alla colonna piroclastica che si erge per trenta chilometri, non si sa a chi chiedere aiuto. Quando gli Dei lasciarono il mondo è il racconto, rigorosamente scientifico, dell’«ultima estate di Pompei», raccolto nel nuovo libro del direttore, dal 2015, del parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel. Una narrazione anzi, per usare una parola in linea con il locus, un affresco di quel mondo una cui copia è stata regalata anche a Papa Leone durante la visita al santuario della Madonna. A cui si aggiunge una recentissima guida ufficiale del parco, a cura di Elena Capretti.

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Plinio il Giovane nelle Lettere racconta che «molti alzavano le mani implorando gli dei, ma i più credevano che gli dei avessero lasciato il mondo su cui incombeva una nuova eterna notte». I pompeiani, e chi si trovò in quei momenti davanti al Vesuvio, pregarono davvero, Zuchtriegel, nel momento in cui si resero conto di non avere una via di uscita?

«Siamo in un mondo con l’impero romano che sembra in massima espansione. In realtà porta già i germi della disgregazione. Il paganesimo inizia a non dare più risposte, non fa più presa sulla gente».

Tre anni fa aveva scritto «Pompei. La città incantata». Come mai un nuovo libro?

«Pompei è una lente di ingrandimento per spiegare la storia dell’impero più potente del mondo fino ad allora. E anche un tentativo di spiegare un enigma, cioè come il cristianesimo, che all’inizio secondo i romani era considerato folle e aberrante, ha poi conquistato menti e cuori dell’impero».

Ma ci sono testimonianze cristiane negli scavi?

«Solo un graffito, ormai scomparso, disegnato a carboncino, scoperto nel 1863, catturato da disegni dell’epoca. Sulla prima riga c’era scritto “cristiano” e sotto parole come “selvaggi”. Probabilmente c’era una piccola comunità. Anzi una setta, che si incontrava a casa di qualcuno ma che non godeva della stima dei concittadini».

Niente proselitismo quindi?

«Ho tentato di capire come il cristianesimo che veniva visto in questo modo dall’elite romana, si sia trasformato in una cosa che pur andando lentamente - ci vollero anni affinchè si affermasse - ma apertamente contro i valori tradizionali che reggevano la società, abbia trasformato l’impero. Comunque lo stesso Plinio il giovane dopo Pompei, quando andò a fare il governatore in Turchia, scrisse, parlando dei nuovi cristiani, come di una piaga».

Lei è ormai da più di dieci anni a Pompei. I nuovi metodi scientifici consentono di rileggere la storia. Si è fatta un’idea di che città era Pompei?

«Conosciamo la storia ufficiale, ma anche quella del popolo dai graffiti sui muri. Che ci dicono tanto della società. Fondata, per esempio, sullo schiavismo. Pompei non faceva eccezione, anzi».

Anche la lettura del dna ha aiutato a comprendere com’era la città al momento dell’eruzione.

«Si, con la presenza di persone che venivano da molto lontano, dall’Asia. Probabilmente anche loro schiavi».

Il cristianesimo quindi nel 79 non aveva ancora attecchito. E il paganesimo?

«L’antica religiosità tradizionale strettamente legata alla natura iniziava a non funzionare più. In quei tempi, nell’impero e anche a Pompei, le divinità tradizionali c’erano ancora, e in tutto il loro splendore. Che, però, era apparente. Anzi il segno di una crisi».

Più forma che sostanza quindi.

«In quegli anni Roma aveva ormai subìto l’influenza della cultura greca. Lucrezio nel De rerum natura dice che gli dei esistono ma bisogna studiare la natura per comprendere il mondo. L’impero continuava ad espandersi ma aveva bisogno di sempre più manodopera, di schiavi».

Altro tema che affronta nel libro è quello del concetto secondo cui Pompei fu colpita da una punizione divina per i suoi costumi lascivi.

«Il sesso, negli affreschi e nei graffiti, ha una parte preponderante. I lupanari erano ambienti frequentati. Tante erano le prostitute e anche i prostituti. Nel 1885 un archeologo tedesco pubblicò un’iscrizione trovata in via dell’Abbondanza. Due parole: Sodoma e Gomorra. Le città bibliche distrutte da Dio con zolfo e fuoco. Un’apocalisse simile a quella del Vesuvio. Tertulliano nel II secolo scriveva che Pompei era stata distrutta perché non ospitava cristiani».

Parla anche di Freud, per lui Pompei era la metafora perfetta per descrivere il funzionamento della mente umana: riportare alla luce i traumi sepolti dell'inconscio strato per strato...

«Freud pecca di una visione eccessivamente razionale e positivistica sia del suo mestiere che della vita in generale. Tutto per lui può essere analizzato, messo in evidenza e risolto».

Anche Jung ha una stretta correlazione con Pompei.

«Il suo “sogno nella casa”, con la città sepolta a rappresentare un inconscio collettivo. Jung parla anche di ombre che devono essere affrontate ma non possono essere eliminate. Ecco, noi a Pompei pensiamo che non bisogna disseppellire quello che poi non può essere conservato».

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