Il Papa ad Acerra, il vescovo: «Perdono per il male alla nostra terra, non accada mai più»| Il discorso integrale
Il vescovo di Acerra, monsignor Antonio Di Donna, accoglie il Papa nella cattedrale dove ci sono anche le famiglie che hanno perso i loro cari a causa dell?inquinamento ambientale. Il...
Il vescovo di Acerra, monsignor Antonio Di Donna, accoglie il Papa nella cattedrale dove ci sono anche le famiglie che hanno perso i loro cari a causa dell’inquinamento ambientale. Il vescovo ripercorre la storia drammatica della Terra dei Fuochi. Ecco il testo integrale del suo discorso.
Santità, benvenuto ad Acerra! La saluto a nome degli acerrani e di tutta la popolazione di questo territorio. La saluto anche a nome dei vescovi della Campania, dei sacerdoti, dei diaconi, dei consacrati e delle consacrate, qui presenti. Vostra Santità viene nella vigilia dell’11° anniversario dell’Enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune. Vostra Santità viene ad incontrare la popolazione della cosiddetta “Terra dei fuochi”. Si tratta di un territorio, compreso tra Napoli e Caserta, di circa 11mila kmq, che include 90 comuni con circa 3 milioni di abitanti. Santità, sarebbe troppo lungo raccontare quello che è successo alla nostra terra. Ma, pur nei limiti di tempo imposti da questo saluto, non posso evitare di farlo; e intendo farlo anche per chiedere perdono al Signore per il male che le abbiamo provocato e perché quello che è accaduto non accada mai più. Il dramma ambientale è incominciato negli anni ’80, quando alcuni industriali del Nord avevano necessità di smaltire grosse quantità di rifiuti tossici.
APPROFONDIMENTI Il Papa ad Acerra, le foto della visita del PonteficeLa diretta video in streaming del Papa ad AcerraNell’arco di circa trent’anni sono giunte da molte industrie dell’Italia Settentrionale centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici sversati in una parte di questo territorio.
Questo ha assicurato grandi risparmi agli industriali corrotti e profitti altissimi alla criminalità organizzata. A questo si è unita la pratica di abbandono di rifiuti da parte di alcuni imprenditori di piccole aziende che lavorano in nero e smaltiscono in modo illegale i loro rifiuti, bruciandoli nelle nostre campagne. Così nasce la locuzione “Terra dei fuochi”, che poi è diventata un marchio infamante per il nostro territorio, provocando il crollo dell’economia agricola perché i contadini hanno trovato molte difficoltà per vendere i prodotti della terra. Santità, in questa casa, la nostra casa comune, come nel Tempio di Gerusalemme sono entrati nuovi mercanti, che, per ragioni di profitto, e con il silenzio colpevole di tanti, ne hanno fatto un luogo di mercato. A ciò si aggiunge che Acerra, periferia della grande metropoli napoletana, sconta il prezzo di avere nel suo territorio l’unico inceneritore della Campania su cui si regge l’intero sistema di gestione dei rifiuti della regione. Per questa sommatoria di fattori inquinanti Acerra è diventata città simbolo delle tante periferie, sacrificate per il benessere di altri.L’inquinamento ha provocato malattie e morti premature, in particolare di ragazzi e di giovani, vere vittime dell’inquinamento ambientale. Noi crediamo infatti che c’è un rapporto tra inquinamento ambientale e l’insorgere di patologie tumorali. Per diversi anni molti lo hanno negato; ma l’Istituto Superiore di Sanità ha portato avanti un monitoraggio commissionato dalla Procura di Napoli Nord sui bambini morti di tumore e ha riconosciuto che c’è un nesso di causalità tra l’inquinamento e l’alto tasso di mortalità infantile. Negli ultimi 30 anni, solo ad Acerra sono morti circa 150 tra ragazzi e giovani, senza contare gli adulti e i morti delle altre zone del territorio. Sono qui presenti, davanti a Lei, alcuni genitori di ragazzi morti e di quelli che attualmente sono in cura. Hanno vissuto una vera Via Crucis, molti non hanno ancora elaborato il lutto. All’inizio la risposta delle Istituzioni è stata debole. La gente, soprattutto le famiglie colpite dalla malattia e dalla morte dei figli, ha reagito; sono nati decine di comitati, sono scesi in campo i cittadini, le madri coraggio, i medici per l’ambiente e altri, i quali, anche pagando un alto prezzo, hanno denunciato tale situazione, talvolta subendo anche l’accusa di provocare danno all’immagine del territorio.
Nel gennaio del 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo, in seguito ad una serie di esposti fatti dai cittadini e dai comitati, ha riconosciuto che lo Stato italiano fin dagli anni ’90 non aveva posto in essere alcuna azione per fermare il fenomeno della Terra dei fuochi. Tale sentenza impone una serie di azioni all’Italia e il Governo ha nominato un Commissario Unico per questo territorio. Ma soprattutto la gente si è rivolta alla Chiesa, alle Chiese di questo territorio e la Chiesa ha ascoltato il grido della terra e dei poveri; sì, perché, come dice la Laudato si’, il grido della terra e quello dei poveri si indentificano: non c’è una crisi ambientale che non sia anche una crisi sociale e una crisi sanitaria. Terra, poveri e malati vanno sempre insieme.
La forte azione della Chiesa a difesa della custodia del crato ha movimentato le coscienze, ha dato voce a quanti attendevano giustizia, ha coinvolto le comunità. Da allora è incominciato il cammino delle nostre Chiese, in particolare di quelle più direttamente interessate al fenomeno: Acerra, Aversa, Nola, Caserta-Capua, Napoli, Pompei, Pozzuoli, SorrentoCastellammare di Stabia, Teano-Calvi, Sessa Aurunca, Alife-Caiazzo. L’Enciclica Laudato si’ ha dato ulteriore ispirazione e sostegno al nostro impegno. Abbiamo coinvolto i nostri presbiteri e le nostre comunità. Abbiamo avviato un dialogo con le Istituzioni regionali e comunali, abbiamo coinvolto anche la Chiesa italiana (la CEI), in particolare le Diocesi italiane che nel loro territorio hanno siti altamente inquinanti; non mi stanco di ripetere che in Italia ci sono tante terre dei fuochi. Il Ministero dell’ambiente indica ben 51 SIN (Siti di Interesse Nazionale) altamente inquinati, distribuiti tra Nord, Centro e Sud.
L’impegno delle nostre Diocesi è questo: anzitutto conoscere la verità dei fatti; poi educare le nostre comunità alla custodia del creato; e, quando è necessaria, anche la denuncia profetica. Tale impegno delle nostre Chiese non è fondato su motivi sociologici ma su motivazioni di fede. Siamo consapevoli che la cura del creato è parte integrante dell’annuncio del Vangelo: noi crediamo al Vangelo della creazione, noi crediamo in un Dio creatore del cielo e della terra. Un’altra consapevolezza a cui ci ha condotto il nostro cammino, sostenuto dalla Laudato si’, è la seguente. L’educazione alla custodia del creato deve entrare nel tessuto ordinario delle nostre comunità, a cominciare dalla predicazione e dalla catechesi. Siamo convinti che, se questo non avviene, la custodia del creato sarà lasciata alla sensibilità di alcuni e sarà un tema di élite ecclesiale. Grazie alla Laudato si’ in questi anni dobbiamo registrare un sussulto di coscienza civica e una crescita di sensibilità per la custodia del creato. Oggi dobbiamo riconoscere che passi in avanti sono stati fatti; si è avviato un dialogo fecondo con le Istituzioni, il Governo nazionale, le due Prefetture hanno promosso il coordinamento tra tutte le forze in campo.
Si sta facendo molto ma molto resta ancora da fare. Santità, oggi le chiediamo di essere confermati nella fede e nell’impegno per la custodia della casa comune. Le chiediamo una parola di consolazione per le famiglie che hanno perso i loro figli, vittime dell’inquinamento; una parola di speranza per la popolazione che spesso è tentata di perdere la fiducia; Infine una parola di incoraggiamento a quelli che, talvolta anche pagando un alto prezzo, si impegnano per la difesa della casa comune. Ma soprattutto le chiediamo una parola che scuota le coscienze di tutti noi: delle Istituzioni, dei cittadini e anche della nostra Chiesa, perché sia più coraggiosa nella denuncia del male e più determinata nell’inserire l’educazione del creato nella predicazione e nei cammini di fede delle comunità parrocchiali.