Donne uccise a Pollena Trocchia, l'assassino: «Sì, ho ammazzato due donne ma non chiamatemi mostro»
Una volta davanti ai carabinieri ha provato a fornire una immagine di sè addirittura tranquillizzante: «Sì, è vero, ho ucciso quelle due donne. Ma non sono un mostro....
Una volta davanti ai carabinieri ha provato a fornire una immagine di sè addirittura tranquillizzante: «Sì, è vero, ho ucciso quelle due donne. Ma non sono un mostro. Anzi. Sono una persona generosa, un buon padre di famiglia».
Parole che suonano come offensive da parte di un uomo che ha ucciso due donne, a distanza di 24 ore l’una dall’altro, quasi a replicare lo stesso schema assassino: l’adescamento delle due donne, sesso in cambio di soldi, l’isolamento all’interno di una struttura abbandonata, infine la lite che degenera in omicidio.
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La ricostruzione
Spiega il gip del Tribunale di Nola Giusi Piscitellui: «Una lite pretestuosa (a proposito del compenso per una prestazione sessuale), per realizzare una sorta di trappola mortale». Una ventina di pagine, per inchiodare in cella Mario Landolfi (classe 1977), come responsabile degli omicidi di Hlyva Lyuba e Sara Tkacz, uccise rispettivamente il 16 e il 17 maggio scorsi, in una parte periferica del comune di Pollena Trocchia. Regge la ricostruzione dell’accusa, grazie al lavoro dei carabinieri, sotto il coordinamento del procuratore di Nola Marco Del Gaudio e del suo vice Giuseppe Cimmarotta, il caso sembra chiuso.
Difeso dal penalista Antonio Abete, c’è una confessione agli atti, ma anche il tentativo di sminuire la propria condotta. In che modo? In sintesi, l’uomo ha sostenuto di essersi difeso nel corso di un’aggressione. In entrambi i casi, lo scorso fine settimana, Landolfi ha ripetuto lo stesso schema, ben sapendo che gettare una donna dal vano ascensore collocato al secondo piano ha una sola conseguenza: la morte della vittima delle percosse e dello spintone. Non ci sono riscontri, invece, per quanto riguarda un’altra circostanza sostenuta da Landolfi nel corso del primo interrogatorio con pm e carabinieri, a proposito del tentativo non riuscito di recuperare il corpo della prima donna gettata dalle scale. Nessuno dei testimoni che hanno assistito alla fuga dell’uomo dal casolare ricorda dei tentennamenti da parte di Landolfi. Non ha mai frugato nel veicolo in cerca di una corda, né ha provato ad offrire sepoltura alle vittime.
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L’affondo
Anzi. Scrive il giudice: «Ci troviamo di fronte alla reiterazione dello stesso schema operativo», al punto tale che le «vittime vengono trattate alla stregua di oggetti». Non regge la tesi dell’incidente o della legittima difesa, anche alla luce dell’atteggiamento mostrato nelle ore successive il primo e il secondo omicidio. Dopo il primo delitto, l’uomo va al supermercato, poi si reca a casa a cucinare. Una serata in famiglia. Stesso refrain il giorno dopo, con l’isolamento al secondo piano di un cantiere abbandonato, infine quel litigio che serviva solo a realizzare «una trappola mortale», scattata con il pretesto della lite estemporanea. Niente rimorsi, nessuna resipiscenza - insiste il magistrato - l’uomo non appare scosso per quelle due donne «trattate come oggetti». E non c’è alcun dubbio - spiega il giudice - in merito «alla capacità di intendere e di volere» dell’indagato. Più nello specifico, «l’uomo ha pianificato e reiterato l’azione in due giorni consecutivi con le medesime modalità esecutive». Adescamento e omicidio. Poi: «Nel corso del sopralluogo si è preoccupato di osservare il viso dei testimoni per valutare se lo avessero riconosciuto, ha calibrato con evidente strategia il proprio atteggiamento processuale, ammettendo per gradi e progressivamente la propria responsabilità». Quindi: «Una spiccata e fredda capacità di pianificazione, del tutto incompatibile con qualsiasi stato di alterazione della propria capacità di intendere e di volere».