Orientale, Maria Laudando: «Università strategiche ma dobbiamo fare rete»
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«L’università deve fare corpo unico». È attorno a questa idea che Maria Laudando, ordinaria di Letteratura inglese dell’Università di Napoli l'Orientale e candidata unica al rettorato, costruisce la sua visione. Un progetto che punta sulla coesione interna, su internazionalizzazione, qualità dei servizi rilancio della missione storica dell’Orientale, in vista dei 300 anni dalla fondazione.
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Professoressa Laudando, il ruolo di candidata unica può potrebbe apparire per alcuni scomodo, quasi come un confronto mancato.
«Capisco l’obiezione. Abbiamo attraversato una fase di confronto tra possibili candidature. Ma il ragionamento che ha prevalso è stato un altro: l’Orientale ha bisogno di unità. In questa fase credo fosse più importante tenere insieme le diverse anime dell’università, per questo ho insistito sull’idea di costruire un programma condiviso. Non un’unità che esclude il confronto, ma un’unità capace di far dialogare le differenze. Solo così si possono cambiare davvero le cose».
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Nel programma colpisce il riferimento alla “forza dell’energia fondativa” dell’Orientale, anche in vista del tricentenario del 2032.
«Dalla storia di Matteo Ripa possiamo ricavare una lezione ancora attuale. Aveva una visione culturale di apertura al mondo e non si fermò davanti agli ostacoli. Si mosse tra poteri politici e religiosi, costruendo relazioni, fiducia, dialogo. L’Orientale nasce così, come luogo di incontro tra culture. Una vocazione che è ancora il cuore dell’ateneo».
Nel programma insiste molto anche sul rapporto con Napoli e con il territorio.
«Napoli potrebbe essere rilanciata facendo leva proprio sugli atenei. L’Orientale ha una specificità forte, ma serve un lavoro comune tra università. Dobbiamo insistere con Comune e Regione sull’importanza dei servizi agli studenti: studentati, mense, trasporti. La qualità dei servizi crea una filiera virtuosa, valorizza le competenze e produce futuro per il territorio».
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Quali interventi immagina sugli spazi dell’Ateneo?
«Ci sono lavori già avviati. A Eboli esiste un importante progetto di recupero e valorizzazione dei possedimenti dell’Orientale. Poi ci sono le sedi storiche di Napoli, che richiedono manutenzione continua. Alcuni interventi sono già partiti, ma bisogna accelerare: recuperare terrazze, aule, spazi comuni. La manutenzione non deve essere emergenziale, deve diventare una pratica ordinaria».
E sul fronte dei servizi?
«L’Orientale deve tornare a offrire servizi di qualità. Un tempo avevamo una mensa molto conosciuta sul territorio. Oggi bisogna ragionare seriamente anche sugli studentati. Non è un obiettivo immediato, ma serve almeno uno studio di fattibilità. La frequenza degli studenti è diventata più discontinua, molti sono pendolari. Offrire strutture adeguate significa rendere meno onerosa la partecipazione alla vita universitaria».
L’internazionalizzazione quindi resta una delle missioni centrali?
«Assolutamente sì, lo è sempre stata. In questi anni abbiamo sviluppato programmi di visiting professors, accordi Erasmus ed Erasmus Plus, anche extraeuropei. Sono aumentati i percorsi in inglese, i doppi titoli e le cotutele nei dottorati. Ora bisogna consolidare ciò che è stato costruito e migliorare il monitoraggio delle convenzioni, per sfruttarne meglio le potenzialità».
In che modo?
«Serve una mappatura più organica delle relazioni internazionali dell’ateneo. A volte esistono opportunità importanti che restano isolate. Mettere a sistema queste esperienze significa creare nuove connessioni tra corsi di studio, dipartimenti e ambiti di ricerca. Anche qui torna il tema della squadra».
Internazionalizzazione e territorio, quindi, non sono alternative.
«Esatto, sarebbe miope contrapporle. L’internazionalizzazione deve rafforzare il territorio e il territorio deve sostenere l’apertura internazionale dell’ateneo».
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Nel suo programma è evidente una forte continuità con il rettorato di Roberto Tottoli.
«Sì, ed è una continuità che parte già dal rettorato di Lida Viganoni dove ricerca e internazionalizzazione sono stati assi fondamentali. Credo però che oggi serva un rilancio della didattica, della qualità dei servizi e della partecipazione interna».
Quale sarà allora la priorità?
«Recuperare energie e senso di partecipazione. Abbiamo costruito molto, ora bisogna consolidare e migliorare. Dobbiamo imparare a lavorare meno sull’emergenza e meglio sulla programmazione. La base esiste già. Adesso serve fare tesoro dell’esperienza accumulata e intervenire in modo più efficace».