Giovanni Lombardi: «Momento storico, serve essere qui: ecco perché ho scelto la mia città»
Giovanni Lombardi, presidente del Gruppo Tecno, spiega perché ha scelto Napoli per il secondo anno di seguito come sede del convegno nazionale ?Far crescere il Sud nella tempesta...
Giovanni Lombardi, presidente del Gruppo Tecno, spiega perché ha scelto Napoli per il secondo anno di seguito come sede del convegno nazionale “Far crescere il Sud nella tempesta globale”.
Lei è tra i principali promotori dell'evento organizzato dall'Osservatorio Economico e Sociale “Riparte l'Italia” con il patrocinio del Comune di Napoli. Perché ha deciso di sostenere questa iniziativa per il secondo anno consecutivo, e perché proprio a Napoli?
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«Credo che questo sia un momento storico in cui non ci si può permettere il lusso dell'assenza. Il Sud sta recuperando terreno in termini di crescita e sviluppo. Non è una sensazione: è una tendenza che chi opera in questi territori percepisce con chiarezza, e che i numeri confermano. In un contesto del genere, avere un appuntamento nazionale dove la classe dirigente si ritrova per programmare e riflettere sui problemi comuni è necessario. Ho scelto di sostenerlo perché condivido la premessa: il Sud non ha bisogno di simposi celebrativi, ha bisogno di luoghi in cui si prendono decisioni. Questo evento rappresenta anche uno dei segnali del nuovo sviluppo del Mezzogiorno come laboratorio di nuove idee. Portarlo a Napoli per il secondo anno, è una scelta che ha un significato preciso: Napoli è la capitale del Mezzogiorno. È qui che molte delle sfide che discutiamo si manifestano con la maggiore intensità, ed è da qui che devono partire le risposte più convincenti».
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Il titolo dell’evento parla di “tempesta globale”. Quanto pesa il contesto internazionale sulle imprese meridionali?
«Gli scenari sono cambiati. Gli shock energetici degli ultimi anni hanno colpito le imprese manifatturiere del Sud e le tensioni geopolitiche nel Mediterraneo - un mare che per la nostra posizione geografica dovrebbe essere un vantaggio competitivo - si sono trasformate in una variabile di incertezza che complica la pianificazione. I cambiamenti macroeconomici globali, dalle politiche sui dazi alla ridefinizione delle catene di fornitura, costringono anche le piccole e medie imprese del Mezzogiorno a ragionare in modo molto più sofisticato di quanto non fosse necessario anche solo fino a pochi anni fa. La tempesta non è però solo una minaccia: per chi è strutturato, per chi ha investito in innovazione e in capitale umano, è anche un momento in cui si possono cogliere opportunità: immaginiamo solo l’incremento della produttività grazie all’AI».
Ha citato più volte il tema dei giovani talenti. La fuga di cervelli dal Mezzogiorno è ancora una realtà, o qualcosa sta cambiando?
«Sta cambiando. Per anni il messaggio implicito che i giovani del Sud hanno ricevuto è stato: se vuoi fare qualcosa di importante, devi andartene. Questo messaggio ha prodotto danni enormi, non solo in termini di perdita di capitale umano, ma anche in termini di percezione. Ha convinto intere generazioni che il Mezzogiorno fosse un luogo da cui fuggire, non un luogo in cui costruire. Il mercato del lavoro assorbe, ma non assorbe i profili più qualificati: chi parte è mediamente più istruito di chi resta. È una distorsione che si può correggere solo creando lavoro di qualità, non solo lavoro di quantità».
Cosa si aspetta dalla giornata di oggi? E cosa chiede, concretamente, alla classe dirigente riunita al Circolo Nazionale dell'Unione?
«Mi aspetto un confronto serio, non una serie di dichiarazioni di principio. Abbiamo bisogno che questi territori facciano squadra, disposti a mettere sul tavolo non solo le proprie posizioni, ma anche le proprie risorse - politiche, economiche, istituzionali. Quello che chiedo alla classe dirigente è di uscire da qui con almeno tre o quattro priorità condivise, su cui impegnarsi nei prossimi mesi. Il quadro che abbiamo davanti è chiaro: il Sud cresce, ma la crescita non ha ancora sciolto i nodi strutturali. I divari di produttività restano e il Sud ha le carte per giocare un ruolo da protagonista nello scenario europeo. Ha la posizione geografica, ha le competenze, ha le energie. Se usciamo da qui con una maggiore consapevolezza collettiva di quello che si può fare insieme, e con la volontà di farlo, allora il lavoro svolto avrà già prodotto un impatto concreto».