Intervista a Franco Corcione «A 14 anni decisi di voler fare il chirurgo: in sala operatoria nessuna seconda chance»
Il Mattino

Intervista a Franco Corcione «A 14 anni decisi di voler fare il chirurgo: in sala operatoria nessuna seconda chance»

Mercoledì 10 giugno 2026
4 visualizzazioni

Qualunque cosa facesse, gli toccava dare il buon esempio. Perfino quando si andava al mare, a lui - Francesco Corcione, per tutti Franco, già direttore della divisione di chirurgia generale...

Napoli - NewsletterAlle ore 12 tutta la cronaca di NapoliIscriviti e ricevi le notizie via email

Qualunque cosa facesse, gli toccava dare il buon esempio. Perfino quando si andava al mare, a lui - Francesco Corcione, per tutti Franco, già direttore della divisione di chirurgia generale del Monaldi e indiscusso pioniere delle più innovative tecniche laparoscopiche - spettava il compito di nuotare bene, fare per tempo i compiti delle vacanze, fare attenzione a non bruciarsi le spalle e rispettare le regole di casa. Essere il più grande, primo di cinque fratelli, oltre a qualche vantaggio (pare pochi), comportava una quantità di seccature, che però sopportava con pazienza certosina.

APPROFONDIMENTI Antonio Bassolino: la vita privata, i figli, il rapporto con la moglie e l'amore per Napoli| Video-intervista

Nato “’o Cavone ’e piazza Dante” - dove il papà, stimato vinaio, faceva “casa e poteca”, lavorando senza sosta dalle sette del mattino alle dieci di sera - il giovane Corcione cresceva serio e intelligente, portandosi sempre dietro quel piccolo fardello: il buon esempio. «Una regola di famiglia, che poi ha ispirato tutto il mio percorso di vita. Mamma e papà erano due persone culturalmente modeste, ma lungimiranti e argute. Lei si occupava di crescere noi cinque figli, lui gestiva una bottega di vini e olii a due passi da casa. Entrambi sapevano che dovevano portarci via dalla strada: pur abitando lì, bisognava stare lontani dal Cavone; il rischio di finire male era troppo alto. E così decisero di allontanarci nell’unico modo praticabile: facendoci frequentare una scuola privata in un’altra zona della città: l’istituto Bianchi».

E il costo della scuola - racconta ancora il chirurgo - non ammetteva errori: «Dovevo dimostrare ai miei fratelli che tutto andava fatto seriamente e con impegno».

Serietà e impegno, dunque. Poi la folgorazione sulla via della medicina: «Sì, è così: fu una folgorazione. Anzi, due. La prima quando un pediatra venne a casa a visitare noi bambini ammalati: arrivò in auto, molto elegante, tutto profumato e con un bell’orologio al polso. “Si vive bene facendo il pediatra” - pensai tra me e me. “Quasi quasi, ci provo pure io”. La seconda, invece, quando il chirurgo che operò la nonna di ulcera uscì dalla sala operatoria con in mano la parte di stomaco che le aveva tolto. Avevo 16 anni, e in quel momento mi resi conto che un uomo poteva eliminare ciò che faceva star male un altro uomo, e restituirgli la vita. Decisi che quello sarebbe stato il mio mestiere e non dimenticherò mai mio padre quando, dietro al bancone del suo negozio di vini e olii, guardandomi dritto negli occhi, mi disse: “Io indosso il camice nero, il tuo dovrà essere bianco”.

L'intervento del professore Francesco Corcione: «Cinquant’anni in sala operatoria dal bisturi fino ai robot»

Ricordo che già mi chiamava Manson, il medico di provincia protagonista de “La Cittadella” - uno sceneggiato del 1964 - che guardavamo sempre insieme lui e io. Lo interpretava Alberto Lupo, e raccontava le commoventi avventure del dottor Andrew Manson, impegnato a lavorare in un piccolo villaggio minerario del Galles. Mio fratello mi chiama così ancora oggi». Una vita per la chirurgia: «Dico spesso che il chirurgo, quello vero, è uno strano animale. Ha un innato senso del dovere verso gli altri, sente sempre la necessità di dare loro qualcosa, a tutti i costi». Quasi un missionario, insomma. «No. Ma certamente un uomo che vive di grandi responsabilità, umane e materiali, rispetto alle quali non si può mai tirare indietro». Chi è il bravo chirurgo? «Quello che in pochi istanti di secondi è capace di prendere una decisione dalla quale dipenderà la vita o la morte di una persone». Istanti di secondi? «Proprio così. Se mentre stai operando si lacera una vena importante non hai alternative: o decidi che cosa fare in tempo reale o il paziente se ne va». Lucidità e freddezza, dunque. «Ma anche razionalità e intuizione. In molti casi non esiste una seconda chance.

La scelta che fai deve essere quella giusta, l'errore non è previsto. Il bravo chirurgo ha un solo obiettivo: concludere l'atto chirurgico nel migliore dei modi e nel minor tempo possibile. E la pratica purtroppo non basta. A far la differenza c'è sempre quel quid in più che va oltre i libri e oltre la pratica. L'esempio che preferisco è quello dei calciatori. Si allenano allo stesso modo ma non per questo in campo sono tutti uguali. Il fuoriclasse è uno, e non è solo una questione di gambe. Alla domanda si il talento sia una dote innata oppure o no, la risposta è la seguente: «Non perdete tempo, il talento o c'è o non c'è. E aggiungo: non si finisce mai di imparare, ci tengo a dirlo, ma vi assicuro che tutto quello che so fare cerco di insegnarlo a chi ha voglia di fare questo mestiere». Allievi in primo piano, quindi. «È il mio impegno per il futuro. Lo hanno fatto con me, lo faccio per gli altri. Ho avuto due grandi maestri: Giuseppe Califano e Jean Rives, il primo, alla Federico II, mi ha insegnato ad avere coraggio, il secondo, all'università di Reims, a essere lucido e razionale. A loro devo gran parte di ciò che sono». Solo a loro? «Forse no». A chi altro? «A Maria Rosaria, mia moglie. Se non ci fosse stata lei accanto a me non sarei riuscito ad arrivare fin qui. Abbiamo sempre condiviso tutto, momenti belli e brutti, ha tirato su due figli nel migliore dei modi con la consapevolezza e i sacrifici di chi sa di aver sposato un chirurgo». Il chirurgo non è un buon marito? «Certo che lo è. Quando c'è. Il nostro è un lavoro totalizzante che mal si concilia con la cosiddetta vita normale. Mia moglie non solo lo ha capito subito, ma ha sempre fatto di tutto per semplificarmi la vita occupandosi della famiglia, accudendo i nostri due figli, Carlo e Annalisa. E per questo ancora la ringrazio».

Condividi questo articolo