Reti idriche colabrodo: ora l?Ue presenta il conto
C?è un?Italia sotterranea, invisibile agli occhi dei flussi turistici e ai fasti delle cronache costiere, che da anni sconta il peso di un ritardo infrastrutturale e di un...
C’è un’Italia sotterranea, invisibile agli occhi dei flussi turistici e ai fasti delle cronache costiere, che da anni sconta il peso di un ritardo infrastrutturale e di un severo debito economico con l’Europa. È la mappa degli agglomerati idrici non conformi: reti fognarie incomplete, depuratori inadeguati o assenti, scarichi che per decenni hanno violato le direttive comunitarie sulla tutela delle acque reflue urbane. In questo scenario, la Campania ha rappresentato a lungo una delle aree più critiche del Mezzogiorno, finendo nel mirino della Commissione Europea e subendo pesanti sanzioni pecuniarie. Oggi, tuttavia, il panorama sta mutando. Il lavoro della struttura del Commissario straordinario unico per la depurazione e il riuso delle acque reflue sta progressivamente ricucendo quello strappo istituzionale e ambientale noto come water service divide. Ma c’è ancora molto da fare e, soprattutto, il rischio di «contaminazione» criminale è altissimo. Lo conferma anche la relazione depositata in Parlamento dalla Commissione bicamerale d’inchiesta sulle Ecomafie - presidente Jacopo Morrone - che cita proprio le analisi della struttura commissariale sul dissesto idrico guidata da Fabio Fatuzzo.
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SANZIONI E SPRECHI
Ebbene, in Campania la lista nera conta 72 siti da bonificare e adeguare in tutto o in parte per un impegno di spesa totale che supera i 450 milioni di euro mentre, secondo la Corte dei Conti, in totale, per le sanzioni pecuniarie europee (che includono ambiente, discariche e rifiuti), l’Italia ha superato la cifra monstre di 1 miliardo e 92 milioni di euro pagati complessivamente a partire dal 2012, di cui oltre il 70% è dovuto a infrazioni di carattere puramente ambientale. La struttura commissariale per ora ha aperto 84 posizioni su agglomerati idrici sottoposti a condanna da parte dell’Ue intervenendo in 53 casi e prevedendo lavori per oltre 148 milioni. «Ma ciò che maggiormente ci preoccupa - dice Gimmi Cangiano, relatore del documento finale approvato dalla Bicamerale d’inchiesta sulle ecomafie - è la pressoché immutata ingerenza dei clan malavitosi nel settore ambientale: dai rifiuti alle acque, gli interessi della criminalità organizzata restano forti come anche la capacità di condizionamento negli appalti e, di conseguenza, l’impatto negativo che ne deriva per la tutela del territorio».
LE PROCEDURE D’INFRAZIONE
L’origine del contenzioso risiede nella storica difficoltà di adeguamento alla Direttiva Europea 91/271/CEE. Quando un «agglomerato urbano» — ovvero una zona in cui la popolazione e le attività economiche sono sufficientemente concentrate da giustificare la raccolta e il convogliamento delle acque di scarico — manca di sistemi idonei, il danno si fa duplice: ambientale ed economico. Le procedure che hanno gravato sull’Italia e sulla Campania sono molteplici, legate a diverse soglie di abitanti equivalenti e alla sensibilità dei bacini ricettori. Ogni giorno di ritardo nell’adeguamento si è tradotto per anni in sanzioni pecuniarie semestrali imposte dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea: milioni di euro sottratti alla collettività a causa di gestioni frammentate e opere incompiute.
I CANTIERI CAMPANI
Nell’elenco dei siti idrici a rischio sono incluse a macchia di leopardo tutte le cinque province della Campania ma, per consistenza degli importi calcolati ai fini dell’adeguamento strutturale, funzionale e del riordino dei collettori, spiccano l’area di Napoli Est (circa 120 milioni), quella di Maiori (progetto per l’impianto di depurazione, importo di 12 milioni), la ristrutturazione funzionale del collettore di Napoli Ovest (44 milioni), la rifunzionalizzazione degli impianti tra Santa Maria la Fossa, Grazzanise e Cancello-Arnone (11,8 milioni). Tutte opere finite sotto la lente d’ingrandimento dell’Ue. Ecco perché grandi progetti storicamente complessi, come la riorganizzazione delle reti fognarie e dei depuratori a servizio dell’isola d'Ischia (con interventi critici su Lacco Ameno e Casamicciola) e delle aree costiere del Cilento sono al centro di un vasto cronoprogramma che si estende anche all’area metropolitana di Napoli e al Sannio. Qui per il nuovo depuratore di Benevento è previsto un investimento da 47 milioni di euro gestito con il supporto di Sogesid, la società interamente partecipata dal Mef che opera come agente in house con il Mit e il Mase per la progettazione e la realizzazione di interventi su transizione ecologica e tutela del territorio. Opere capillari di rifunzionalizzazione delle reti fognarie e separazione delle acque bianche dalle nere in frazioni industriali e urbane sono attesi anche nell’area vesuviana (come Pascarola a Caivano).
VERSO IL TRAGUARDO
L’uscita graduale degli agglomerati campani dalle procedure di infrazione non sarà soltanto un successo burocratico o un risparmio contabile per le casse dello Stato. La regolarizzazione dei flussi depurativi genera un impatto virtuoso immediato sul territorio. Tra i benefici dell’adeguamento idrico sul piano ambientale vanno inclusi l’abbattimento della carica batterica di fiumi, la tutela della biodiversità degli ecosistemi acquatici e il riuso sicuro delle acque reflue in agricoltura; sul piano economico l’azzeramento delle sanzioni economiche imposte dall’Ue e lo sblocco di specifiche risorse previste dai fondi di Coesione.