Montesanto, resta in cella l?uomo nero con il mitra: la complice torna libera
Il Mattino

Montesanto, resta in cella l?uomo nero con il mitra: la complice torna libera

Sabato 4 luglio 2026
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Poche luci e molte ombre sul Far West di Montesanto. Quello che ne viene fuori, al termine dell?udienza di convalida celebrata ieri mattina, è un gigantesco punto di domanda. Un...

Poche luci e molte ombre sul Far West di Montesanto. Quello che ne viene fuori, al termine dell’udienza di convalida celebrata ieri mattina, è un gigantesco punto di domanda. Un interrogativo tale da spingere il gip Emilio Minio a compulsare Procura e Squadra mobile affinché accendano presto un nuovo faro su quegli interminabili minuti di pura guerriglia urbana: «Le reticenze sul motivo della rissa lasciano inferire che i contrasti tra i due gruppi siano ben più importanti e dovranno formare oggetto di apposite indagini da parte degli inquirenti». Netta la traiettoria investigativa suggerita: l’immediata disponibilità di un fucile d’assalto e il colpo di pistola esploso tra la folla non possono essere inquadrati come il semplice frutto avvelenato di un raptus: «La loro azione - rincara la dose il giudice - sembra connotata da modalità chiaramente camorristiche».

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Un quadro indiziario schiacciante, che ha spinto il magistrato a convalidare il fermo di Emanuele Iaccarino, l’uomo con il mitra, e del cognato Giuseppe Truiolo. Torna invece libera Arianna Rossetti, moglie del primo, sulla cui testa pendeva l’accusa di aver agevolato il raid spostando la pistola nelle fasi clou dello scontro.

Il giallo

Con gli occhi della città ancora sanguinanti per la folle escalation di violenza consumatasi lunedì pomeriggio, ieri mattina i tre indagati sottoposti a fermo hanno avuto la possibilità di esporre la propria versione dei fatti. Il primo a parlare è stato Giuseppe Truiolo, l’uomo che, quando la rissa era ormai alle battute conclusive, ha prelevato da una Fiat “Panda” un revolver e, sprezzante della folla di passanti e turisti, ha premuto - senza esitazione - il grilletto puntando al cielo. Il trentenne di Giugliano, difeso dall’avvocato Rocco Maria Spina, ha ammesso di aver portato con sé la pistola che, a suo dire, sarebbe stata però una scacciacani. Una circostanza, questa, ancora in attesa di riscontri: l’arma non è stata infatti ritrovata. Quanto al movente di quel colossale tafferuglio, Truiolo ha sostenuto di essere «maltollerato nel quartiere a causa della sua personalità esuberante». La miccia, in particolare, sarebbe stata determinata da una serie di sguardi reciproci, ai quali ha poi - tutto d’un tratto - fatto seguito l'aggressione. L’uomo con il kalashnikov, difeso dal penalista Ciro Arino, ha battuto una pista che il giudice ha ritenuto ancora meno credibile. Iaccarino ha spiegato «di aver trovato il fucile in un terreno vicino casa» e di averlo portato in piazza Montesanto «per difendere la famiglia, rimasta sul posto mentre si era allontanato». Regge dunque il quadro indiziario emerso dall’inchiesta-lampo coordinata dal pm della Dda Alessandra Converso e dall’aggiunto Sergio Amato. L’unico colpo di scena ha riguardato la posizione di Rossetti. Anche lei difesa dall’avvocato Arino, ha riferito di «aver tolto l’arma dalle mani del marito per paura» e, pistola in pugno, sarebbe entrata «nel supermercato perché agitata».

L’analisi

Il muro di omertà ha spinto il gip a liquidare le ricostruzioni dei due uomini come inverosimili e mirate a nascondere uno scenario ben più radicato. Troppo strutturata l'azione, troppo rapida la catena logistica per il recupero delle armi per credere alla tesi del banale litigio per “esuberanza caratteriale” o degli sguardi di troppo. Il magistrato ha sottolineato come la sfrontatezza nel fare fuoco in pieno giorno, a pochi passi dalla Cumana, davanti a passeggeri e turisti terrorizzati, sia l'esatta cifra stilistica di un'azione a sfondo camorristico. Di qui la necessità della custodia cautelare in carcere per Iaccarino e Truiolo, ritenuti soggetti dall'elevata pericolosità sociale e pienamente inseriti nelle dinamiche criminali. Di tutt’altro tenore la decisione che ha interessato Arianna Rossetti. Nonostante le telecamere l’abbiano inquadrata mentre maneggiava l'arma nelle fasi concitate della guerriglia, il giudice ha accolto la linea della difesa. Il suo comportamento, dettato dal panico e dal tentativo istintivo di disarmare il marito per evitare una strage, è stato ritenuto privo di una reale volontà di cooperazione criminale. Per lei è stato disposto così il rilascio. Per il pistolero e l’uomo con l’Ak-47 la partita giudiziaria si sposta ora davanti al Riesame. Rimane sul tappeto l'interrogativo più inquietante per gli investigatori. A chi era diretta l’esibizione sfrontata di quell’arma micidiale? La caccia ai rivali fuggiti prima dell'arrivo delle sirene è partita.

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