Clan a Napoli, Sos scarcerazioni: sono tornati in libertà killer e boss delle faide
Sono tornati nel loro rione, nei loro quartieri, in alcuni casi, nelle loro abitazioni. Uno alla volta, senza tanto clamore, provando - nei limiti del possibile - a non fare tanto baccano. Hanno...
Sono tornati nel loro rione, nei loro quartieri, in alcuni casi, nelle loro abitazioni. Uno alla volta, senza tanto clamore, provando - nei limiti del possibile - a non fare tanto baccano. Hanno scontato - chi più e chi meno - oltre venti anni di reclusione, condanne definitive per reati gravissimi, che vanno dall’omicidio all’accusa di essere capi e promotori di cartelli strutturati come l’Alleanza di Secondigliano o il clan Mazzarella. Boss scarcerati, irriducibili, che tornano in possesso della propria libertà (o di una parte di libertà, al netto delle misure di sorveglianza destinate a soggetti ritenuti pericolosi), dopo aver trascorso un pezzo della propria vita in cella, spesso in condizioni di detenzione rigorosa, vedi alla voce carcere duro. C’è chi è stato condannato a trent’anni di galera e ne ha scontato qualcuno in meno, grazie al cosiddetto calcolo dei giorni (la buona condotta, che defalca tre mesi per ogni anno), c’è chi invece ha ottenuto il beneficio del trasferimento in una condizione meno afflittiva di una cella, come la permanenza in una casa lavoro. Hanno tagliato i ponti con il passato - almeno fino a prova contraria - si affacciano in una realtà completamente cambiata.
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Lo scenario
Una realtà fatta di stese e paranze, armi facili e “bambini armati” pronti a fare fuoco anche solo per far parlare di sé sui canali impazziti dei social. Boss liberi, riabilitati - si spera - dalla lunga detenzione (come previsto dalla nostra Costituzione), ma che rappresentano un argomento in più sul tavolo del vertice che si terrà mercoledì in prefettura, al cospetto del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, giunto a Napoli per l’ennesima emergenza legata alle armi in circolazione nella nostra area metropolitana. Ma proviamo a tirare fuori qualche nome: libero da qualche mese Giuseppe Lo Russo (assistito dal penalista Antonio Abet), uno dei boss fondatori della Alleanza di Secondigliano, a lungo capo del cartello familiare dei cosiddetti “capitoni”. Un personaggio storicamente leale verso i Licciardi e i Contini, altri due cartelli storici del gruppo uscito vittorioso negli anni Ottanta dalla guerra contro i cutoliani. Ha scontato il suo debito con la giustizia, forte anche della possibilità di ottenere un ricalcolo delle condanne finali non avere inoltrato un ricorso in appello, come previsto dalla cosiddetta legge Cartabia.
La galleria
Ma accanto Giuseppe Lo Russo si contano anche altri nomi che un tempo sarebbero stati definiti eccellenti. È il caso di Gaetano Bocchetti, noto come Nanà, che ha ottenuto di recente il beneficio della collocazione in una casa lavoro. Hanno saldato il conto con la legge italiana, anche soggetti del calibro di Pietro Licciardi (classe 1982), nipote dei fondatori della Alleanza di Secondigliano; ma anche Giovanni Cesarano, altro soggetto indicato in passato come esponente di punta del cartello di Secondigliano. Tornato libero anche Paolo Ottaviano, che le indagini della Dda indicavano come esponente del clan Mazzarella, (una galassia di famiglie storicamente in contrapposizione proprio con quelli di Secondigliano). Ma la girandola di soggetti che hanno lasciato la cella in questi mesi è ampia. Poche settimane fa ha fatto notizia la scarcerazione di Diego Vastarella, genero di Celeste Giuliano, arrestato nel 2004 a Milano da latitante.
Era ritenuto esponente del clan di rione Amicizia, sempre all’ombra dell’Alleanza di Secondigliano, ed è stato condannato per alcuni omicidi consumati nel corso della faida che ha insanguinato Napoli alla fine degli anni Novanta per la gestione delle sigarette di contrabbando e di altri traffici malavitosi. Restiamo alla cronaca più recente. Ha ottenuto gli arresti domiciliari, nella sua abitazione napoletana, anche Edoardo Morra (difeso dall’avvocato Maria Grazia Padula), che era stato condannato all’ergastolo anche per gli omicidi di Gennaro Pandolfi e del figlioletto Nunzio, colpito a morte a soli due anni. Una vicenda, quest’ultima, che suscitò il famoso “fuitevenne” del parroco di via Tribunali don Franco Rapullino. Storie antiche che si spera restino relegate ai peggiori annali della cronaca cittadina.