Marinella de Nigris: «La mia vita con la toga, il diritto feudo maschile»
Il Mattino

Marinella de Nigris: «La mia vita con la toga, il diritto feudo maschile»

Sabato 11 luglio 2026
4 visualizzazioni

Cinquant?anni di professione celebrati nel luogo simbolo della giustizia napoletana: la Biblioteca ?Alfredo Marsico? di Castel Capuano. Per l'avvocato Marinella de Nigris la...

Cinquant’anni di professione celebrati nel luogo simbolo della giustizia napoletana: la Biblioteca “Alfredo Marsico” di Castel Capuano. Per l'avvocato Marinella de Nigris la consegna della pergamena per il mezzo secolo di attività non è stata solo un prestigioso riconoscimento, ma anche l'occasione per tracciare un bilancio lucido e severo sullo stato di salute dell’avvocatura e sul futuro delle sue “quote rosa”: «Ero l’unica donna a essere insignita. Dopo tanti anni e tante battaglie, siamo arrivati a questo punto. La verità è che molte di noi, soprattutto nel penale, cambiano ambito appena possibile. Le donne presenti nei livelli decisionali sono sempre meno».

APPROFONDIMENTI Blitz a Mappatella Beach, via gli ombrelloni del clan: «Basta noleggio abusivo»Napoli, il prefetto Michele di Bari: «Ospedali, raid dimezzati: drappelli contro i violenti»Napoli, omicidio di Corrado Finale, rinviata l'udienza. La madre: «No a sconti di pena per le vittime innocenti»

Avvocato, con quale stato d’animo guarda il suo lungo percorso lavorativo?

«Ho un'immagine della cerimonia. Osservavo le mie amiche e mi sono chiesta, è mai possibile che dopo cinquant’anni io sia ancora l’unica donna qui? Questo dato fotografa il punto a cui siamo arrivate. Certo, se guardiamo alla magistratura le donne lì sono ormai tantissime, ma l’ingresso avviene per concorso. Nell’avvocatura, soprattutto nel penale, sempre più colleghe abbandonano la toga. Alle ragazze oggi ricordo che un tempo fare il penale era una sfida assoluta. Ho iniziato lavorando con mio marito Vincenzo Maria Siniscalchi, ma poi ho scelto l'autonomia. Oggi molte donne occupano apparentemente ruoli alti, ma nei veri centri decisionali non le vedo».

Anche in ambito forense i redditi medi rimangono sbilanciati a favore degli uomini. Perché questo divario?

«È strettamente connesso alla mancanza di autonomia. Spesso le donne non hanno studi propri. Mantenere una struttura oggi è molto oneroso. Inoltre, l’accesso alla committenza per noi è più complesso. La professione dell’avvocato richiede un enorme lavoro sociale, di divulgazione e, soprattutto, un “potere relazionale” simile a quello politico, a cui le donne storicamente sono meno abituate».

Esiste ancora il pregiudizio per cui l'uomo è più “efficace” in un'aula di tribunale?

«Esiste un malcostume alimentato da una fantasia contorta. L’idea che l’uomo sia più capace di “avvicinare” il magistrato. Il pubblico crede ancora a questi stereotipi comportamentali, che vengono poi amplificati dalla pubblicità. È un condizionamento culturale difficile da estirpare».

Napoli, l'appello di Don Cinque ai giovani: «Via dalla strada, c'è l'oratorio coi laboratori di musica, studio, arte e pizza»

Da presidente della Consulta sostenne la doppia preferenza di genere nella legge elettorale regionale. Oggi rifarebbe quella battaglia?

«No, credo sia stata un errore. Le quote rosa hanno finito per facilitare l’accesso delle donne meno capaci e spesso entrano figure scelte dagli uomini, secondo i loro metri di giudizio. Abbiamo ottenuto solo una partecipazione formale. Serve una riflessione seria, anche politica, per trovare la forza di fare uno scatto in avanti. Non basta semplicemente partecipare».

Sul tavolo, resta il tema del welfare. Sono stati fatti passi in avanti?

«Siamo bloccati su un sistema di tutele vecchio, che non risponde alle esigenze reali. Io sono felicissima dei miei cinquant'anni di toga, ma se allora ero sola, oggi riscontro un altro fenomeno preoccupante: l’abbandono precoce. Tutte le mie praticanti mi hanno lasciata. Non ce la facevano con i tempi, con gli orari, con la gestione della famiglia. Molte hanno cercato stabilità con i concorsi pubblici».

Il diritto penale è stato a lungo un “feudo maschile”. Nella sua carriera ha mai avvertito il peso del pregiudizio?

«Nei primi anni mi chiamavano sempre “signorina”, mai avvocato. È stato un percorso lungo e accidentato. Nelle aule bisognava essere incredibilmente ferme e le vittime di violenza carnale, che seguivo, erano fortemente svantaggiate. Parliamo degli anni ‘70 e ‘80, le cose sono migliorate poi dagli anni ‘90. Quelle battaglie le facevamo però in gruppo. Oggi si è persa la solidarietà tra donne ed è una risorsa che dobbiamo recuperare. Serve uno scatto collettivo per difendere la nostra indipendenza».

Condividi questo articolo