Morto Vittorio dell?Uva, Capuozzo: «Inventò la brigata Sas e a Zagabria ci lasciarono passare»
Il Mattino

Morto Vittorio dell?Uva, Capuozzo: «Inventò la brigata Sas e a Zagabria ci lasciarono passare»

Domenica 16 agosto 2026
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C?è una foto che, forse più di ogni altra, racconta la presenza di spirito e l?ironia di Vittorio dell?Uva, usate come passepartout anche nelle situazioni...

C’è una foto che, forse più di ogni altra, racconta la presenza di spirito e l’ironia di Vittorio dell’Uva, usate come passepartout anche nelle situazioni più spinose sul fronte di guerra, come in Afghanistan. A postare sui social l’immagine è un altro storico inviato, Ulderico Piernoli: «Eccolo - scrive - improbabile mujahidin sulla strada da passo Kyber per Jalalabad e poi in borghese a Peshawar. L'ho ripreso mentre spiega alla nostra scorta che quello è il suo giornale, Il Mattino, e lui racconta le loro imprese». Toni Capuozzo ricorda l’invenzione della mitica Sas. «Quella volta a Zagabria scansasti, dicendo secco "Sas", i militari che chiudevano l'accesso ai non autorizzati. Poi ci spiegasti che Sas stava per "Salutame a soreta". Ti si è voluto bene, mancherai ancora di più».

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«Viaggiatore instancabile, inviato senza paura e di grande sensibilità umana». Guido Barendson ricorda un altro episodio surreale: «Sulla montagna di Beirut, durante la guerra civile libanese, fermati da un gruppo di marrazzoni cristiani che brandivano kalasnikov più alti di loro, riuscì a farci liberare parlandogli affabilmente in lingua partenopea e mostrando come un lasciapassare la tessera dell’Atan». «Vittorio - scrive un altro inviato come Giovanni Morandi - era quello che avrei voluto essere io, un napoletano con il gusto dello sberleffo, della sfida, del duello con la morte. Era un libro di storie bellissime, che incantavano nell'ascoltarle quando gli altri raccontavano di lui, quando nelle follie dell’Oriente si raccontava dei pirati della Sas». Nel suo libro «Dal nostro inviato in guerra» Mimmo Candito, inviato de La Stampa scomparso nel 2018, aveva incluso Vittorio tra i membri della “sporca ventina”, i venti inviati di guerra di una generazione che ha condiviso scenari e conflitti. «Vittorio rimarrà nei nostri cuori come l’inviato più preparato e più divertente. Un personaggio grande, generoso, un giornalista potente. Non c’è stata guerra dove lui non sia stato, con la sua professionalità straordinaria, con la precisione e il rigore dei suoi racconti. E anche con il suo humor unico» scrive Guido Alferj.

I MESSAGGI

A ricordare sui social Vittorio dell’Uva tanti colleghi di via Chiatamone, da Matteo Cosenza a Gaty Sepe, da Adolfo Mollichelli a Franco Buononato, da Luisa Russo a Rosaria Capacchione, molti dei quali con Vittorio avevano condiviso gli inizi al Roma prima di approdare al Mattino. Tanti i messaggi anche di fotografi e tipografi di quel giornale-famiglia, che oltre al grande giornalista apprezzavano l’uomo. Gianni Festa, altra nota firma del Mattino, ricorda quando lui e Vittorio si salvarono per miracolo a Beirut nell’agosto del 1982. «Con un’auto presa in fitto stavamo attraversando la valle della Bekaa, nel nord-est del Libano, e dalle colline contrapposte partivano bombe a mano e mitragliate di kalashnikov. D’improvviso una raffica di proiettili si conficcò a pochi centimetri dal serbatoio di benzina che, se colpito, avrebbe fatto saltare in aria il veicolo insieme a noi due. Pensai ad una coincidenza, forse a un errore di fuoco incrociato. Fu poi Vittorio a chiarirmi che ci avevano preso di mira. Lui, che il Medio Oriente lo conosceva a menadito e che in guerra ci stava da mesi, mentre io vi ero giunto solo da qualche giorno al seguito dei bersaglieri italiani in missione di pace, mi indicò la presenza di un crocefisso penzolante vicino al parabrezza dell’auto. Mi spiegò che quel crocefisso era la causa per cui la raffica di proiettili aveva investito la nostra auto. In Medio Oriente, mi disse Vittorio, esibire l’appartenenza religiosa poteva essere una provocazione».

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