Ranucci, i documenti inviati e le due ore di telefonata mai intercettate con Lavitola: tutti i dubbi della Procura
Ben due ore di conversazione tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola restano oscure agli inquirenti. Della famosa telefonata notturna tra i due amici, subito dopo che l'ex editore era stato...
Ben due ore di conversazione tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola restano oscure agli inquirenti. Della famosa telefonata notturna tra i due amici, subito dopo che l'ex editore era stato perquisito mentre era in procinto di prendere un volo per l'Etiopia, agli atti dell'inchiesta della Procura di Roma ci sono solo una ventina di minuti. Il tempo in cui Lavitola - appena uscito dalla caserma dei carabinieri di via In Selci - era in macchina con la sua compagna, Natalia. I militari avevano piazzato una microspia nella Toyota Aygo, ma non è stato possibile captare integralmente la conversazione perché i due amici si erano sentiti su un canale non monitorabile (Whatsapp o Signal) e probabilmente lo spyware appena installato nel cellulare di Lavitola non era ancora attivo.
C'è quindi un "prima" e un "dopo" quell'intercettazione ambientale di circa 20 minuti (iniziata alle 3.56 di mattina del 5 luglio), riportata nell'ordinanza di arresto di Lavitola, in cui Ranucci - pur avendo saputo che Valter era indagato come mandante della bomba esplosa sotto la sua villetta - continuava a difenderlo e a offrirgli spunti che potessero giustificare la presenza dell'amico vicino casa, insieme al suo tuttofare camerunense Clesio Tavares, in quello che i pm ritengono fosse un sopralluogo prima dell'attentato del 16 ottobre. Manca gran parte della conversazione notturna, così come non si sa chi sia stato a chiamare l'altro e quali documenti il conduttore di Report avrebbe inoltrato all'amico per aiutarlo.
Nuova copia del cellulare
«Siamo stati due e mezza o più al telefono. Mi ha chiamato lui (Sigfrido, ndr) e mi ha mandato dei documenti - spiega Lavitola all'imprenditore Giovanni Bracale, intercettato nel suo ristorante la sera dopo - Mi ha detto: "Questa è una cosa incredibile, ignobile", che non sarebbe finita lì, che lui avrebbe...». Anche parlando con una donna, appellata in portoghese "amore mio", Lavitola precisa: «La loro idea è che l'ho fatto per aiutare e non per uccidere questo mio amico. Questo andrà a determinare con certezza se lui dirà la verità, come mi ha detto ieri notte. Siamo stati due ore a parlare al telefono, mi ha dato molte informazioni. Mi ha aiutato a chiarire le cose, questo porterà ad una confusione terribile».
Il ristoratore di Monteverde «riteneva quindi essenziale la conversazione svolta con Ranucci dopo la perquisizione - spiega il gip - perché gli aveva fornito delle informazioni utili che avrebbe reso il quadro probatorio a suo carico meno chiaro». Per risalire a questi presunti file inviati dal giornalista a Lavitola, bisognerà attendere che i carabinieri finiscano di copiare nuovamente la memoria del cellulare, sequestratogli dopo l'arresto di lunedì. Non è chiaro nemmeno se l'indagato abbia conversato con Ranucci (e non solo), sospettando di essere intercettato, visto che parla di «confusione terribile» innescata negli inquirenti. L'obiettivo che sembra perseguire è proprio quello di creare confusione: nell'interrogatorio ha confessato di aver messo la bomba per aumentare il livello di scorta dell'amico, anche se i pm sono convinti lo abbia fatto per lanciarlo in politica.
Lavitola esclude il coinvolgimento preventivo di Ranucci, ma non esclude che a posteriori potesse aver intuito il suo piano. All'amico Bracale, però, Valter dice: «Il risultato finale... il mandante chi è? Caso eclatante... Ranucci, quindi Ranucci... perché il mandante è lui, nessuno crede che so io». La fiducia del conduttore in lui è totale, anche se per il gip si tratta di manipolazione. Dopo la perquisizione lo giustifica, e non solo nella telefonata notturna con lui. Al "Corriere" spiega: «Valter cercava una casa in affitto qui vicino, così passava spesso da qui. A metà settembre è passato a trovarmi, ma io non ero in casa e quindi mi ha telefonato da lì». Il sopralluogo contestato dai pm a Lavitola e Tavares risale proprio al 15 settembre.