San Giovanni Bosco, l?ospedale del clan: sprint sul processo ai ?colletti bianchi?
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La rete di complicità era fitta e inestricabile. Medici e funzionari, ma anche pubblici ufficiali pronti ad “aggiustare” i carteggi per le certificazioni antimafia. È così che per anni l’ospedale San Giovanni Bosco era stato trasformato in una roccaforte della camorra. Sullo sfondo, con un ruolo tutt’altro che secondario, anche un professionista - almeno sulla carta - al di sopra di ogni sospetto. Sarebbe stato l’avvocato Salvatore D’Antonio l’anello di congiunzione tra gli affiliati detenuti e quelli liberi. Sarebbero stati, almeno fino al 2020, il “passaparola” per trasmettere i diktat del clan Contini, soprattutto in ordine agli stipendi da corrispondere. Uno schema criminale nel quale sarebbero confluiti pure consulenze «contra legem per garantire il mantenimento e l’accrescimento delle ricchezze illecitamente accumulate» dai vertici della cosca e, soprattutto, un vorticoso giro di truffe assicurative.
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Gli indagati
Dopo i quattro arresti scattati alla fine di febbraio scorso, l’Antimafia lancia ora la prima stoccata giudiziaria. Dichiarate concluse le indagini preliminari, la Dda ha disposto il giudizio immediato per il penalista e altre due figure chiave dell’inchiesta che conta quasi ottanta indagati: gli imprenditori Salvatore De Rosa, ex gestore di fatto del servizio mensa del nosocomio di via Filippo Maria Briganti, e Maurizio Scapolatiello, titolare dell’associazione “Croce San Luca”, la società di ambulanze che aveva il monopolio nel trasporto dei pazienti. Nell’articolato mosaico investigativo tracciato dal sostituto procuratore Alessandra Converso con il coordinamento dell’aggiunto Sergio Amato, spicca il capitolo dedicato ai camici bianchi e ai dipendenti pubblici piegati ai Contini, gruppo capofila dell’ Alleanza di Secondigliano. Tra i funzionari figurano un ex impiegato dell’ufficio Patrimonio che avrebbe consentito per anni ai De Rosa di «non pagare i canoni», allacciarsi abusivamente alle utenze e collocare le macchinette «in cambio di varie utilità», e un dipendente dell’Inps accusato di «accesso abusivo» ai sistemi informatici.
Tre i medici finiti: una dottoressa accusata di aver fornito certificati falsi a favore di «quadri di vertice del clan Contini» per le istanze di scarcerazione; un sanitario che garantiva una «corsia privilegiata» per le visite ai camorristi per acquisire clienti nello studio privato; e un medico che avrebbe chiesto l’intercessione dei clan per costringere una colf ad accettare una buonuscita «largamente inferiore a quella richiesta». Un quadro a tinte fosche, in cui si inseriscono le manovre per raggirare le compagnie assicurative - qui vigeva «la regola del 10 per cento» degli incassi riservata ai colletti bianchi - fino ai contorni macabri dei pazienti deceduti in ospedale, ma trasportati e attestati come «in vita» o «rifiutanti il ricovero» sulle ambulanze della “Croce San Luca”.
Il processo
Un’inchiesta muscolare, nata anche grazie alle denunce dell’ex direttore generale Ciro Verdoliva e del parlamentare Francesco Borrelli, ma che ha pesantemente risentito del fattore tempo. Come sottolineato dallo stesso gip Ivana Salvatore nelle oltre duemila pagine dell’ordinanza eseguita a febbraio, le condotte contestate risalgono al periodo pre-Covid, dunque tra il 2019 e il 2020, e le richieste di misura cautelare giacevano già da circa due anni e mezzo, affievolendo le esigenze cautelari al punto da limitare gli arresti a soli quattro indagati. Ora la palla passa all’iter processuale. Con il decreto di immediato notificato dalla Procura, le difese hanno intavolato le prime strategie puntando sui riti alternativi. Per il prossimo 10 settembre è stata calendarizzata l’udienza in camera di consiglio per valutare l’ammissibilità al giudizio abbreviato. Dinanzi al giudice Antonio Santoro sfileranno le posizioni di Maurizio Scapolatiello, difeso dagli avvocati Domenico Dello Iacono e Andrea Cilento, e del penalista Salvatore D’Antonio, assistito dai colleghi Onofrio Annunziata e Annalisa Senese. Tra le persone offese pronte a costituirsi parte civile, l’Asl Napoli 1, oltre alla Mutua Consumatori e ai colossi assicurativi Unipol e Generali Italia, chiamati a chiedere il conto di anni di raggiri e soprusi all’ombra della struttura di via Briganti. La stessa su cui l’ex manager Verdoliva, nel corso della denuncia affidata ai carabinieri il 20 marzo 2019, aveva dato un giudizio glaciale: «Quest’ospedale è malato di camorra».