Turista investita a Napoli, parla la mamma: «Hanno ucciso mia figlia ma non riesco a odiare»
«Rebecca amava Napoli, aveva una passione viscerale per questa città». Elisabetta Donno, mamma della 24enne di Lecce vittima di un investimento mortale sul lungomare partenopeo,...
«Rebecca amava Napoli, aveva una passione viscerale per questa città». Elisabetta Donno, mamma della 24enne di Lecce vittima di un investimento mortale sul lungomare partenopeo, racconta sogni e desideri spezzati dalla violenza stradale. Lunedì mattina si svolgeranno gli esami medico legali dopo i quali la salma della ragazza potrà tornare a casa. Oggi, la scelta di condividere il dramma che Elisabetta insieme al marito Mauro, al figlio Pio Mauro Junior e a tutta la famiglia stanno affrontando, è il modo per trasformare il dolore più profondo nella speranza che non ci siano «mai più altre vite spezzate come accaduto a Rebecca».
APPROFONDIMENTI Rebecca, la giovane investita e uccisa a Napoli: la scelta di donare gli organi ha salvato cinque personeMorta la turista 24enne di Lecce investita sul lungomare di Napoli: Rebecca non ce l'ha fatta, ok all'espianto degli organiInvestita sul Lungomare, è morta la 24enne Rebecca Pepe: un altro incidente nella notte vicino al Loreto Mare, morto un ciclistaMorto in sella alla sua bici a Napoli, la figlia: «Nessuno ci ridarà papà, ma vogliamo giustizia»
Può descrivere l’amore di sua figlia per Napoli?
«Rebecca si trovava a Napoli e ci era tornata per la terza volta perché nutriva una passione per questa città e desiderava conoscerla in maniera approfondita. Le piaceva molto girarla e ne voleva scoprire tutti i posti, per questo aveva organizzato le sue ferie qui. Mia figlia è partita da Lecce insieme a una comitiva di dieci amici e sono arrivati lunedì a Napoli. Ci sentivamo al telefono costantemente, come abbiamo sempre fatto e l’ultima volta che ho sentito la voce di Rebecca è stato qualche ora prima dell’incidente».
Se la sente di descrivere l’ultima telefonata con Rebecca?
«Ho sentito mia figlia al telefono circa un’ora prima dell’investimento. Ci siamo raccontate quello che avevamo fatto e lei mi ha detto che sarebbe andata a fare una passeggiata sul lungomare. Ricordo perfettamente di averle detto: “stai attenta”. Quella zona, seppure bellissima, è conosciuta da noi che non ci abitiamo per il fatto che sono avvenuti incidenti o tragedie che hanno coinvolto giovanissimi. Avevo timore che potesse accadere qualcosa perché questi episodi mi sono rimasti impressi nella mente, perciò ho insistito nel dirle di stare attenta. Mi ha rassicurata spiegandomi che era insieme al suo gruppo di amici».
Come ha saputo dell’incidente?
«Sono stata contattata dagli amici che erano con mia figlia. Mi hanno telefonato immediatamente, prima che arrivasse l’ambulanza sul posto. In quel momento non era ancora chiara la gravità dell’accaduto e ricordo di aver fatto delle domande per cercare di capire come fosse la situazione. Ho chiesto se Rebecca fosse cosciente ma i ragazzi non riuscivano a capirlo. Pochi istanti dopo, ho preso la mia borsa e le chiavi dell’auto insieme a mio marito e a nostro figlio. Non ci siamo portati nulla, dovevamo correre da Rebecca. Ci siamo precipitati a Napoli e da quel momento abbiamo iniziato a sperare che tutto potesse andare per il meglio».
Rebecca non ce l’ha fatta ma ha salvato cinque vite.
«Quando abbiamo capito che non c’era più nulla da fare, sia io che mio marito abbiamo ricordato le chiacchierate con nostra figlia che ci aveva parlato della sua propensione nel donare gli organi. Per questo stavamo pensando alla donazione quando i medici ci hanno comunicato che Rebecca aveva già chiaramente espresso questo suo volere in vita. È stato il suo ennesimo atto di generosità. Era una ragazza solare e piena di voglia di fare. Aveva una passione per la pasticceria e dopo gli studi alberghieri aveva cominciato subito a lavorare così da mettere da parte i soldi per realizzare il suo sogno. Rebecca voleva aprirsi un’attività tutta sua».
Ha parlato di senso di responsabilità.
«Immagino che la situazione non sia facile neanche per chi si trova dall’altra parte rispetto alla vittima di violenza stradale. Nel caso di Rebecca, si tratta di un ragazzo di 19 anni e, quindi, quello che spero è che venga “responsabilizzato” in base ovviamente alle leggi. Occorrono segnali forti, che possano educare e far capire alle persone l’importanza del rispetto delle regole. A Napoli c’è una gran confusione in strada e spesso manca il senso civico alla guida. Bisogna educare al senso civico e responsabilizzare i ragazzi fin da piccini, altrimenti ci saranno altre Rebecca e Umberto, il ciclista morto a Napoli lo stesso giorno di mia figlia».
Il suo messaggio?
«Il mio messaggio è un grazie rivolto al reparto di Terapia Intensiva dell’ospedale del Mare dove oltre alla professionalità abbiamo incontrato una grande umanità, non comune. Grazie alla sezione Infortunistica della polizia locale che ci è stata vicino in ogni nostro bisogno, anche umano. Ancora grazie a Ciro Iorio, un cittadino napoletano che ci ha ospitato e trattato come una famiglia e infine grazie all’amministrazione comunale di Lecce, ai leccesi e ai napoletani che non ci hanno fatto sentire soli. Il loro affetto ci ha raggiunti».