«Un posto al sole» ha 30 anni: «La Rai gli dia più attenzione»
Il Mattino

«Un posto al sole» ha 30 anni: «La Rai gli dia più attenzione»

Martedì 15 settembre 2026
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Numero 7053. È l’episodio che andrà in onda il 21 ottobre, data dell’anniversario. Quel giorno scoccheranno i 30 anni esatti di «Un posto al sole», soap opera, anzi real drama, di Raitre; un mondo virtuale dentro cui vivono in tanti: «Sì, una realtà parallela. La gente ci percepisce come persone di famiglia. C’è chi mi incontra e mi dice: “So più di te che dei miei parenti”. Qualcosa di simile accade a me, perché per 10 ore al giorno non sono Patrizio Rispo, ma Raffaele Giordano».

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Il portinaio di Palazzo Palladini è il nume tutelare della serie. Con lui, solo in sette sono presenti oggi come trent’anni fa: Marzio Honorato, Luisa Amatucci, Alberto Rossi, Marina Tagliaferri, Germano Bellavia, più Maurizio Aiello e Luigi Di Fiore, che erano andati via, ma sono tornati. «Upas» - l’acronimo è doc - nacque nel 1996 da una intuizione di Giovanni Minoli, che scongiurò così la chiusura del centro di produzione Rai di Napoli; e sbocciò grazie a una impresa che Rispo definisce «un piccolo miracolo produttivo»: una factory, con una catena di montaggio che impegna, nel rigoroso rispetto dei tempi, reparto scrittura, pre-produzione, riprese e post-produzione. Complice di mamma Rai nell’impresa fu, in origine, l’australiana Grundy. Oggi è la FreemantleMedia Italia.

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Rispo: «Chi ci segue ha fiducia in noi. “Un posto al sole” non è solo commedia. È real drama, perché affronta temi sociali e civili, pur se in forme educative semplici e, quindi, più incisive, adatte a spettatori di tutte le età; e noi ci sentiamo responsabili. Ricevo ancora messaggi, in cui mi scrivono: “Sostituisci mio padre, che è mancato da poco”. Oppure: “Sei il padre che avrei voluto avere”».

Insaziabilmente curioso; attore per vocazione infantile; in gioventù stuntman grazie alla passione per i cavalli («forse in pochi sanno che uno dei cavalieri di “Ladyhawke”, il film con Michelle Pfeiffer, ero io»), Rispo ha più motivi per festeggiare: «Dal 26 agosto scorso sono un settantenne; e celebro anche 50 anni di carriera. Debuttai nel luglio 1976 alla certosa di San Martino, in una pièce sulla Quattro giornate di Napoli». Ma con «Un posto al sole» la relazione è astrale: «Prima riunione del cast, 5 agosto 1996: il compleanno di mia madre; primo giorno di riprese, 26 agosto 1996: il mio compleanno; debutto in onda, il 21 ottobre: quello di mia moglie. La cabala era propizia».

Il successo, però, non arrivò subito: «Per tre anni abbiamo penato. Nel segno dell’incognita. Facevamo i pendolari. Vivevamo insieme, sul set e fuori. È stata un’avventura entusiasmante. La Rai ci permise di sperimentare linguaggi e competenze tecniche. Dovevamo produrre 30 minuti di girato al giorno, impensabile a quei tempi. Perfino i contratti dovettero essere adeguati alla creatura che stava nascendo. Era la macchina produttiva che voleva Minoli per creare una industria dell’audiovisivo a Napoli. Là nacque la famiglia di “Un posto al sole”, coesa, senza gelosie. Una squadra. Ne è prova la nostra chat: su quelle pagine ci scambiamo apprezzamenti, critiche, riflessioni. E io, ogni tanto, assegno un premio ambito: la Coppa Rispo».

Il suo personaggio, Raffaele Giordano, non è soltanto un portinaio, ma un regolatore emotivo del popolo di palazzo Palladini: «Sono filtro, difensore, e suo ambasciatore; il personaggio più esposto, il vecchio saggio che patisce le difficoltà di ciascuno. Se c’è qualcuno che si isola sulla terrazza, turbato da un problema, siate sicuri che, alle sue spalle, c’è Raffaele, pronto a confortarlo». Lui e Patrizio... cosa si sono scambiati? «Io gli ho donato la mia curiosità, componendo un personaggio a più facce, che sa modulare sentimenti ed emozioni; è geloso, passionale, violento, farsesco. Ora Charles Bronson ora Totò e Peppino. Al principio, volevano un portinaio eduardiano, una macchietta, una maschera. Mi opposi e l’ho reso moderno, amante del giardinaggio, della cucina…». E Raffaele? «Mi ha dato un pizzico di follia. Quanto basta per non uccidere il fanciullo che è in me, concedendomi ingenuità che altrimenti alla mia età avrei censurato».

Il periodo più difficile? «Questo. Fino a pochi anni fa il 30% delle riprese era in esterni... Italia, Svizzera, New York... Si tendeva a essere cinematograficamente televisivi. Oggi la Rai si adagia sugli allori degli ascolti - il 10% in access prime time - e riduce il budget. Andiamo avanti per inerzia. Vorremmo un impegno maggiore». Settant’anni: ancora sogni nel cassetto? «Sì, recitare in un film. In costume. Da bambino mi vedevo star di Hollywood…. Che so… in “Ben Hur” o nella “Carica dei 600”».

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